Recensione mostre

Youssef Nabil – “Once upon a dream”

Va in scena a Palazzo Grassi, Venezia, una monografica su Yousef Nabil (1972 – ), fotografo egiziano che lavora fra New York e Parigi. Le sue opere, fortemente nostalgiche e malinconiche, raffigurano un Egitto dai toni crepuscolari, consapevole oggi della sua perifericità nel mondo economico e culturale. Appassionato di cinema Nabil lavora in chiave presente su quell’immaginario pop che caratterizzò “Nilwood”: l’epoca d’oro del cinema egiziano fra anni ’40 e ’50, in cui l’Egitto era al terzo posto per importanza industriale nel settore cinematografico. Questa epoca aurea e florida del cinema egiziano si contraddistinse anche per un fervido momento culturale, aperto al nuovo, cosmopolita, tollerante e moderno. Questo scenario idillico vedrà la fine a partire dagli anni ’70, quando cioè i popoli arabi del Golfo e l’Egitto stesso, vittime di totalitarismi religiosi, attuarono una fortissima lotta repressiva e di censura contro l’arte, tuttora in vigore.

La poetica di Nabil gioca in chiave intima e crepuscolare sull’immaginario pop che ha caratterizzato un’epoca aurea di libertà d’espressione. Molte opere hanno come protagonisti (spesso compare l’artista) persone addormentate in un letto, o, se sveglie, attonite e affette da sguardo malinconico sempre sopraffatto e dominato. L’artista dorme a contatto con opere divenute pop nella cultura di massa come la Venere del Botticelli o episodi celebri del cinema egiziano e simboleggiano una forte critica verso la mancanza di libertà nel fare artistico.

L’arte che se vincolata da stupide censure non può mettersi in continuo divenire storico. “L’arte, esperienza della libertà nella necessità della creazione” (F. Ferrari).