Divulgazione d'arte Opere

“S. Nicola” (1563) – Tiziano alla Chiesa di S. Sebastiano, Venezia

Durante i miei studi universitari locus amoenus è stato di certo la Chiesa di S. Sebastiano di Venezia. A partire da oggi vi parlo delle opere più importanti ivi contenute e della sua storia. Oggi è il turno dell’opera manierista “S. Nicola” (1563) di Tiziano Vecellio (1488/90-1576) fatta per la prima cappella laterale di destra appartenente al giureconsulto Nicolò Crasso.

“S. Nicola e l’angelo” (1563 circa) – Tiziano Vecellio, olio su tavola 171cmx93cm, Chiesa di S. Sebastiano, Venezia

Prima di addentrarmi nella visione dell’opera occorre fare una premessa che riprende Konrad Fiedler citandone un suo celebre aforisma: “Viene generalmente ammesso che esistono due concezioni del mondo, quella scientifica e quella artistica: sull’essenza della prima si è abbastanza d’accordo, ma a proposito della seconda regnano il disordine e la più assoluta confusione di idee“.

La domanda infatti che ci dobbiamo porre è “cosa vediamo dell’opera d’arte”? La maggioranza dei visitatori si sofferma sul proprio gusto: “mi piace, non mi piace, che bei colori, guarda sembra vero, ecc”. Ma per riuscire a comprendere o quanto meno avvicinarsi all’opera e alla poetica dell’autore che stiamo vedendo occorre un giudizio di conoscenza non di gusto. E allora mi piace pensare che, metaforicamente, per vedere bene un’opera d’arte siano necessari degli occhiali. Si, degli occhiali, ma non da vista, da conoscenza. Senza di questi non riusciamo a vedere gli elementi artistici dell’opera ma guardiamo solamente la superficialità estetica.

Questi occhiali (che non si possono comprare) possono aiutare nel segnalarci frecce indicative per vedere l’opera e hanno tre lenti: la prima lente inquadra il tema e ci mette in risalto il soggetto rappresentato. Qui ad esempio viene rappresentato S. Nicola, in una posa incerta, in atto benedicente ai piedi del trono, insieme a un angelo che gli tiene la mitra con fare sottomesso. S. Nicola si riconosce perchè è l’unico che viene raffigurato con tre palle d’oro (qui in basso a destra). La leggenda del santo (da cui deriva la credenza di Babbo Natale, infatti Santa Claus è la crasi di Santa Nicolaus, cioè San Nicola) vede regalare tre sfere d’oro a tre ragazze povere che volevano sposarsi ma che non potevano farlo perchè prive di dote. Qui spicca l’abilità di Tiziano di rendere le figure fortemente espressive e dinamiche nella loro immobilità.

Le tre palle d’oro, attributo iconografico di S. Nicola

La seconda lente è quella dello stile e ci evidenzia e individua le caratteristiche formali dell’opera (forma, segno, colore, spazio, composizione). Parlando di Tiziano non si parla di disegno ma di colore. Nel Rinascimento si sviluppano infatti due scuole per plasmare la forma con la pittura e sono quella Fiorentina, del disegno e quella Veneziana, del colore. Va però aggiunto che l’ultimo Tiziano (dagli anni ’50 circa fino al 1576) si serve del colore in un nuovo modo rispetto agli albori rinascimentali. Prima il colore veniva steso sempre da strati di velature ma con pennellate lunghe e distese, in modo da formare una pellicola sottilissima (Caravaggio riprenderà questo stile), ora invece il colore viene steso sempre con velature ma a strati materici e pastosi. Questo stile che vedrà l’apice nella “Pietà” (1576) (l’opera testamentaria del Tiziano oggi alla Gallerie dell’Accademia di Venezia, di cui vi parlerò forse un giorno) viene chiamato dalla critica “pittura infinita”. Le forme vengono plasmate senza voler dare una fine, lasciando le forme abbozzate (incoatum, forme incoative in gergo).

La “pittura infinita”, un dettaglio della veste di S. Nicola

L’ultima lente evidenzia i significati simbolici dell’opera in relazione ai valori universali della vita tenendo conto delle tendenze culturali dell’artista, della società e dell’epoca. Quello che emerge non è di certo una scena che emana sicurezza. L’incertezza del santo autoritario che viene visto dal basso all’alto dall’angelo inquieto non può essere che una mise en abyme di quel periodo storico-culturale che la critica tende chiamare Manierismo, che si colloca fra lo splendore giovanile del Rinascimento e il fasto opulento del Barocco. Proprio nel 1563, anno di realizzazione dell’opera, termina il Concilio di Trento, che aveva provato a difendere la superiorità cattolica dopo la spaccatura protestante. Inoltre sono passati esattamente 20 anni dal “De revolutionibus orbium coelestium” (1543) di Copernico e il pensiero umano, dominato dalla teologia cristiana Tolemaica, dopo 1400 anni – in cui si credeva che la Terra fosse al centro dell’Universo perché creata da Dio come dimora prediletta per l’uomo – viene stravolto dalla concezione che la Terra non è più al centro dell’Universo, ma lo è il Sole.

L’angelo che sorregge la mitra di S. Nicola

Questo sentimento incerto lo si nota non solo nelle pose dei due soggetti, ma anche nel modo stesso di fare pittura. La pittura è pastosa, materica, spessa, abbozzata al punto che da vicino non riusciamo a capire cosa stiamo vedendo, non riusciamo a capire simbolicamente il mondo, si pone in mezzo fra noi e lui una barriera. Diceva già Leonardo nei primi del ‘500 che “la natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in isperienzia“, che non potremmo forse mai comprendere. E l’uomo dopo il Rinascimento non può fare altro che abbandonare la certezza finta che l’ha contraddistinto ed entrare nell’incertezza. L’uomo da protagonista capisce di essere diventato una comparsa sulla Terra.