Recensione mostre

“Untitled” a Punta della Dogana, Venezia: sguardi sul presente

La mostra curata da Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e Thomas Houseago propone tre sguardi sull’arte di oggi con 67 artisti che appartengono a generazioni diverse: il più vecchio, il celebre sculture Auguste Rodin (n. 1840), il più giovane, Ser Serpas (n. 1995), artista californiano. Il progetto segue un percorso organizzato in 18 sale, ciascuna dedicata a un tema (sesso, morte, utopia, pittura, ecc). L’obiettivo è quello di cogliere in un’ottica trasversale fra tradizione-innovazione le nuove tendenze dell’arte contemporanea.

Ora, starvi a elencare tutte le opere e gli artisti non avrebbe alcun senso. Vi parlo quindi nello specifico di sole 5 opere che mi hanno colpito di più.

1) Marlene Dumas – “Gelijkenis I & II (Likeness I & II), 2002

A mio avviso una delle pittrici figurative più importanti di oggi espone nella sala dedicata al tema della morte una interpretazione dell’opera “Il corpo di Cristo morto nella tomba” (1521) di Hans Holbein il Giovane. L’opera del Rinascimento tedesco colpì profondamente gli spettatori del tempo per il crudo realismo. Gesù veniva reso in una veste profondamente terrena e per rendere ancora più vera la scena è noto come Holbein abbia utilizzato il corpo di un morto affogato e ripescato nel Reno a modello per quest’opera. La domanda è: perchè rifare oggi un’opera di 500 anni fa? Chi fa arte, e in particolare pittura, sa che il soggetto non è la cosa più importante del dipinto, ma è la pittura stessa ad essere protagonista (“Io non rappresento nulla, io dipingo” dice Giorgio Griffa). Nel 1521 l’opera assumeva una forte valenza religiosa (ricordiamo le 95 tesi di Lutero del 1517). Nel 2002 che valenza ha? L’artista usa quindi l’immagine di Cristo come figura di sofferenza e morte svuotandola del suo contenuto religioso. Quello che vediamo non è Cristo quanto un intreccio di tensione di colore dai toni, grigio, verde e marrone, un intreccio di sofferenza.

2) David Hammons – “Untitled” (2008)

Artista famoso per la celebre performance del 1983 in cui vendeva palle di neve di diverse misure a New York (“Bliz-aard ball sale”), espone qui a Punta della Dogana l’installazione “Untitled”. Una tela, che ricalca i fasti e il successo dell’espressionismo astratto, dietro a un armadio tipico delle case popolari degli afro-americani. Con una forte critica verso il mondo dell’arte dominato da una èlite ristretta ed esclusiva (prevalentemente bianca), Hammons lavora sulla condizione di una minoranza costretta a vivere ai margini. Forte è anche la critica economica – d’altronde una critica d’arte, per essere efficace oggi, deve considerare anche il lato economico dell’arte. La tela che fa eco all’espressionismo astratto oggi è elemento di arredo di una cerchia ristretta mentre l’armadio è l’unica cosa decorativa che si può permettere una società che cerca di sopravvivere con oggetti di seconda mano.

3) Teresa Burga – “San titulo” (1967)

In questa opera dai sapori pop la critica è forte. L’artista mostra una figura femminile emarginata dalla società (probabilmente una prostituta) appiattita su un letto. La donna diventa oggetto quanto il letto in una società profondamente patriarcale qual è il Perù in quegli anni. La forma pop, che ci appare ludica, in realtà, all’epoca era un’arma sovversiva contro il gusto borghese che si orientava più sull’espressionismo astratto.

4) Valie Export – “Identity Transfer 1” (1968)

Il nome d’arte Valie Export che deriva dalle sigarette Smart Export – le sigarette simbolo di virilità per eccellenza – fa intendere la poetica dell’artista che mira a una ricerca costante e sovversiva dell’identità femminile. Con questa opera l’artista si traveste da magnaccia, categoria maschile al tempo molto diffusa, (un po’ come oggi i trapper, gli hipster ormai son passati di moda…ndr) per riflettere sullo status della donna.

5) Edward Kienholz – “Roxy’s” (1960-61)

Un’opera ambientale di questo livello penso di non averla mai vista. Roxy’s è il bordello di lusso più famoso di Las Vegas, meta prediletta dei soldati. Qui l’artista ricrea a grandezza naturale una tipica scena che si poteva verificare nel 43′ (si intravede un calendario fermo a giugno del 43′) in cui la donna prostituta veniva brutalmente lesa dai soldati. Se si pone attenzione si intravedono 7 manichini femminili e uno maschile assemblati con oggetti disparati e surreali. Quello che colpisce è che tutte le donne presentano segni di violenza come la donna “Five dollar baby” che ha una rosa conficcata in gola e il torso ricoperto di nomi incisi da tutti gli uomini che hanno abusato di lei.

Dalle opere esposte in mostra si capisce come la rimozione dell’opera di Saul Fletcher sia stata forse più un messaggio politico che una censura artistica. La Fondazione Pinault, che già esplicitamente con la mostra ha rivelato di voler far riflettere sulle minoranze intrise nella nostra società, ha voluto così essere parte attiva per il cambiamento sociale.

Untitled, Palazzo Grassi-Punta della Dogana, Venezia 11/07-13/12 2020