Recensione mostre

Daniel Buren a Palazzo della Ragione (Bergamo)

Una mostra che consiglio è di certo “Daniel Buren. Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati” presso Palazzo della Ragione di Bergamo. Buren, di cui vi ho raccontato ieri su Instagram alcune cose sulla sua ricerca anni 60′ e ’70 definita di critica istituzionale (Institutional Critique), lo vediamo qui coi nuovi lavori sulla luce.

Il motivo ricorrente delle opere, come detto, è sempre il medesimo dal 1965, quindi, strisce verticali bianche e colorate con spessore di 8.7 cm. Ma, come in tutta la poetica di Buren, l’attenzione non va posta solo sull’opera d’arte (testo), ma nel suo rapporto con il contesto (relazione testo-contesto). In questo caso il testo (opera d’arte) si nutre di una nuova componente rispetto ai lavori storici de-estetizzanti degli anni ’60-’70: la luce. La luce, da sempre una delle variabili formali sulla quale si sono arrovellati gli artisti (da Correggio a Flavin, da Piero della Francesca a Turner, da Caravaggio a Eliasson, etc.), viene resa con il materiale tecnologico della fibra ottica e ha l’obiettivo di diventare fonte di luce per l’ambiente e lo spazio circostante.

In questa installazione site specific i tessuti luminosi vogliono gettare luce ad affreschi, opere (Un’ultima Cena manierista di Alessandro Allori sublime), e a un luogo che, in origine era destinato all’amministrazione e all’esercizio della giustizia cittadina. Quello che ci sta dicendo Buren è che l’opera d’arte, anche nell’era della digitalizzazione ossessiva, non può esistere senza la sua componente spaziale, e in più, non può fare a meno della sua storia. Sempre l’arte, inoltre, regna laddove il potere ha smesso di regnare.