Recensione mostre

Caravaggio al Mart: mostra di intrattenimento o di ricerca?

Il seppellimento di S. Lucia (1608) di Caravaggio al Mart

“Dove c’è Sgarbi, c’è polemica” reciterebbe un noto slogan pubblicitario. E la polemica, come si sa, è l’anima del commercio. E il Vittorio nazionale lo sa bene. Questa volta il reality “Sgarbi e le capre” va in scena al Mart di Rovereto, dove è presidente dal 2019, con una mostra sull’artista più esposto nelle ultime decadi: Caravaggio. Dopo aver “curato” nella sua Ferrara la mostra sull’altro artista più famoso del momento, l’Innominato (o Innominanksy) – dato che è senza diritto di copyright e senza identità non voglie incorrere in sanzioni – Sgarbi ha deciso di trasportare sulle rive dell’Adige uno dei masterpieces delle opere siciliane di Caravaggio: Il Seppellimento di santa Lucia (1608), in arrivo dalla chiesa di Santa Lucia alla Badia a Siracusa.

L’idea del curatore è quella di far rivivere l’opera del Merisi in collegamento con altri artisti a noi contemporanei sottolineando l’attualità spirituale e l’eredità culturale del Caravaggio. Su tutti, Alberto Burri (1915-1995) con l’opera “Ferro SP” (1961) e Pier Paolo Pasolini (1922-1975). Oltre a loro si segnalano anche due cicli dai temi caravaggeschi di Nicola Samorì (1977) con le “Lucie” e Luciano Ventrone (1942) con le Nature Morte. E ancora, “I naufraghi” (1934) di Cagnaccio di S. Pietro (1897-1946), “Ritrovamento del corpo di Pasolini (2020) di Nicola Verlato (1965), Margherita Manzelli (1968) con l’opera “Le possibilità sono infinite” (1996), “Solo colore” (1984) di Hermann Nitsch (1938), “Bauhaus Think-Tank” (2019) di Guido Iannuzzi (1966) e fotografie di Massimo Siragusa. Se da un lato, i collegamenti effettuati, sono frutto della fantasia del curatore e non presentano nuove ricerche o studi effettuati sui rapporti fra gli artisti, dall’altro, bisogna dargliene atto, si prova a mettere sotto i riflettori quell’arte contemporanea, forse oggi più che mai, ossessionata dal riconoscimento di un vasto pubblico.

Ferro SP (1961) di Alberto Burri

Al di là quindi del percorso curatoriale, che mi sembra più una operazione di marketing che di ricerca artistica, almeno ho potuto ammirare dal vero il Seppellimento di S. Lucia di Caravaggio (da anni in agenda). L’opera è la prima realizzata durante il periodo Siciliano dell’artista (6 ottobre 1608-tarda estate 1609) dopo la nota evasione rocambolesca dal carcere di Malta. Proprio a Siracusa il Merisi venne ospitato dall’amico Mario Minniti e in questo breve periodo si interessò soprattutto all’archeologia e alle grotte del posto. Questi suoi interessi si vedono nella pala per l’altare maggiore della Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, nel sito ove la santa venne martirizzata e sepolta, oggi al MArt.

La pala, estremamente rovinata per le condizioni di conservazione avverse nella Chiesa in cui è custodita, presenta in primo piano due becchini che scavano la tomba della santa, che giace al suolo esanime, sullo sfondo gli astanti al funerale, con il vescovo, con il drappo rosso che ne dà l’estrema unzione. La Santa, decapitata con una spada secondo la tradizione, presenta una ferita da taglio sul collo. Scene di decapitazione che ossessioneranno gli ultimi anni di Caravaggio (venne infatti condannato alla pena capitale dopo l’omicidio avvenuto il 28 maggio 1606 a Roma ai danni di Ranuccio Tomassoni; curioso il fatto che la pena poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per strada). Lo stile di Caravaggio in questa opera appare nuovo. Il naturalismo di quell'”invenzione di natura, senza altrimenti esercitare l’ingegno” tanto criticato dal Bellori nelle Vite (1672) qui si presenta in una nuova visione spaziale. L’uomo viene presentato sovrastato dalle mura gigantesche, dallo sfondo delle grotte al punto che Roberto Longhi nel saggio omonimo dice che questo rapporto inedito di misure “è già pronto per il Rembrandt incisore”. (Basti vedere i rapporti nella Ronda di Notte del 1642).

Concludendo, vorrei fare menzione particolare al ciclo delle “Lucie” di Nicola Samorì, ma ve ne parlerò prossima volta.

Sciapode mariano (2018) di Nicola Samorì
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