Divulgazione d'arte mercato

Giorgio de Chirico o il valore economico nell’arte

Nella società dello spettacolo “digitale” si parla di arte, rivolgendosi al vasto pubblico, solamente in due casi: polemica (vedi il caso Banksy sul copyright) o record all’asta. Quest’ultimo è il caso di “Il pomeriggio di Arianna” (1913) di Giorgio de Chirico, venduto il 28 ottobre da Sotheby’s (NY) per 15,9 milioni di dollari. Tutti i media hanno parlato così del Pictor Optimus e del valore economico della sua opera. Già Warhol nel suo testo “La filosofia di Andy Warhol” aveva chiarito il nuovo rapporto fra opera d’arte e merce e anche Germano Celant non poteva che affermare nel suo splendido libro “Artmix” (2008): «la caduta della dimensione ideale e l’inaugurazione di una dimensione funzionale dell’arte implicano l’avvicinarsi a un’equivalenza tra valore metafisico e valore strumentale». Il valore metafisico, potremmo chiamarlo culturale, e il valore strumentale, cioè economico si avvicinano a un’equivalenza. Sono parole forti, de Chirico si sarebbe di certo rivoltato nella tomba… Se ormai il valore culturale delle sue opere è dato per assodato, oggi vi parlo del suo valore economico. Anche perchè, la nostra società è interessata più al business che all’arte (ancora mi fa eco un’altra frase di Andy Warhol: “mi chiedete perchè dipingo dollari? C’è qualcos’altro che ci piace di più?”).

Fig. 1 L’espressione che farebbe de Chirico se gli accennassi del suo mercato

L’inizio è stato difficile anche per il Pictor Optimus al punto che inizialmente venne scambiato per un pittore spagnolo… La prima esposizione nel 1912, a 24 anni, presso il Salon d’Automne con tre tele. Salon dove vi tornerà a esporre l’anno seguente con quattro quadri e qui venderà la sua prima opera. A 26 anni si lega tramite un “contratto” (o meglio, un accordo di sfruttamento legalizzato) a Paul Guillaume, gallerista che trattava gli artisti dell’avanguardia (Picasso, Modigliani, Matisse, ecc.). Nel 1917 termina il rapporto con Guillaume, torna in Italia e nel 1918 stipula un contratto con Mario Broglio, che gestiva gli artisti dei “Valori Plastici”. Fonti attendibili ci dicono che il 23 ottobre 1919 il gallerista Broglio versò 250 lire (370 euro oggi) per l’acquisto del dipinto “Pesci sacri” (1918), quadro venduto all’asta nel 2006 per 2.4 milioni di dollari.

Fig. 2 “Il pomeriggio di Arianna” (1913) il giorno del record

Il contratto col signor Broglio prevedeva un quadro al mese (di misura non inferiore al formato 80×65 cm) per 400-500 lire (600-750 € oggi). In un documento del 19 novembre 1921 si scorge il prezzo dei primi due quadri metafisici: “L’enigma dell’oracolo” e “L’enigma di un pomeriggio d’autunno” erano valutati 1000 lire (950 euro oggi). Quest’ultimo venne venduto privatamente nel 2007 per 6.5 milioni di €. Negli anni del primo dopoguerra a Roma la critica rifiutava la metafisica di De Chirico (emblematico l’epiteto conferitogli dal Longhi il quale lo nominava “il Dio ortopedico”) e il collezionismo romano del tempo si limitava a pochi raffinati amatori quali l’editore Vallecchi o il critico Giorgio Castelfranco. Sempre in questi anni (fine anni ’10) un gruppo di giovani intellettuali e letterati (Breton, Eluard, Aragon, Soupault, ecc..), che dirigevano la rivista “Literature” stavano acquistando in blocco tante opere di de Chirico che circolavano a Parigi a cifre bassissime. Alcune venivano comprate da Guillaume altre vennero vendute tramite il poeta Giuseppe Ungaretti, vicino di casa dello studio del pittore, il quale venne incaricato dal pittore stesso, di cedere le opere presenti per pagare l’affitto non corrisposto durante la guerra. In questo modo vennero “vendute” dalle 9 alle 16 opere, oggi presenti nei migliori musei del mondo, per 1000 franchi (oggi 1100€). Il mercato di de Chirico inizia a crescere verso la fine del 1921 quando de Chirico cedette a Breton per il couturier Jacques Doucet “Le revenant” (1918), 100×80 cm, oggi al Centre Pompidou, per 1000 franchi (oggi 10-12 mila euro). Bizzarra la vicenda di questo quadro, che negli anni ’70 viene dichiarato falso dall’autore, venne venduto nel 2009 a Parigi in asta per 11 milioni di €.

Fig. 3 L’opera “Revenant” oggi al Centre Pompidou di Parigi.

Il rilancio di De Chirico viene incentivato dalla mostra che gli fece Paul Guillaume nel 1922 in cui il miliardario americano Albert C. Barnes partecipò comprando diversi quadri. In questi anni ’20 i prezzi in asta non erano alti e per di più de Chirico non difendeva il suo valore economico cedendo a prezzi bassi ai suoi mercanti. La situazione cambia quando nel 1924 de Chirico prende degli accordi con la galleria de l’Effort Moderne diretta da Leonce Rosenberg, il quale gli dedicherà una grande mostra nel maggio del 1925 sul nuovo filone artistico di primi interni metafisici e manichini. E’ l’inizio di un successo internazionale che perdurò fino alla grande crisi del ’29. Potrà sembrare strano ma de Chirico si afferma inizialmente nel mercato con opere degli anni ’20 e non con la pittura metafisica che continuavano a richiedere solo i surrealisti. Barnes stesso cambiò tendenza vedendo lievitare i prezzi delle opere di De Chirico fatte dal 1925 al 1929 (periodo Rosenberg). Per fare un confronto, in asta nel triennio 1926-1928 i dipinti metafisici venivano venduti tra i 250 e i 350 franchi, quelli dei cavalli e della nuova maniera venivano aggiudicati a cifre 10 volte maggiori, dai 3mila agli 8mila franchi (oggi tra i 1800 e i 5mila €). Si giunge al 1929. Grande crisi, tutto cambia. Figlio del successo de Chirico, influenzato dalla prima moglie Raissa, stava conducendo una vita lussuosa accumulando debiti. Sempre nel 1929 de Chirico andò in esaurimento nervoso a causa del tracollo finanziario e del deteriorarsi dei rapporti familiari e con la moglie. Giorgio in questi anni continuava a vendere i suoi quadri sotto quota e direttamente ai collezionisti. Si incrina così il rapporto con Rosenberg. A inizio 1931 l’artista incominciò la relazione con Isabella Pakszwer Far e si aprì al mercato italiano, il quale, non era ancora stato travolto dalla crisi. Il mercato italiano era molto tradizionalista e de Chirico, per tornare al successo, da un lato creò opere visionarie e surrealiste (che però non ebbero grande successo a causa anche del pessimo rapporto con le gallerie d’avanguardia dovuto al conflitto coi surrealisti) dall’altro fece una pittura oleografica e tradizionale che cercava di assecondare il gusto medio borghese italiano. 

Fig. 4 Isabella Far, musa e manager del Pictor Optimus

In questi anni i surrealisti conoscono un grande successo mentre de Chirico era in forte calo e si stava ripetendo. Grazie però all’esito positivo nel mercato dei surrealisti, che avevano avuto nel de Chirico metafisico, loro punto di riferimento, viene riscoperto dal mercato questo periodo degli anni ’10 (fino al ’18) del Pictor Optimus. Problema è che dell’epoca metafisica a de Chirico non era rimasto più nulla. Tutte le opere le avevano i surrealisti, Paul Guillaume e Broglio. Il successo metafisico si conclamò in America grazie alla funzione da intermediario di Pierre Matisse e della sua galleria di New York. Nel 1934 morì Guillaume e il disinteresse della sua vedova fecero confluire nel mercato un’ingente quantità di opere metafisiche di cui fecero incetta Pierre Matisse e alcuni mercanti legati ai surrealisti. De Chirico era completamente tagliato fuori dal successo delle sue opere (si ricorda che il diritto di seguito non esisteva allora, nacque nel 1941 ndr). In questi anni le opere metafisiche salivano in modo costante, il resto languiva. Nell’estate del 1933 De Chirico, in pessime condizioni economiche e indebitato, costretto a chiedere prestiti a destra e a manca, venne selezionato per una mostra personale al Kunsthaus di Zurigo in cui doveva esporre opere recenti e metafisiche. Il pittore non aveva però più nessuna opera di quel periodo, tutte in mano agli odiatissimi surrealisti, così si ritirò a Parigi e produsse tre opere retrodatate che finse di avere ritrovato sul mercato francese. La mostra fu un insuccesso. L’artista riuscì almeno a pagarsi le spese di spedizione grazie alla vendita di due opere “finte metafisiche” a due collezionisti a Milano. Intanto la critica americana consacrava de Chirico come il più grande pittore del tempo dopo Picasso e le sue opere (gestite dai surrealisti) circolavano per mostre in America e nel centro Europa. De Chirico proseguiva nella produzione dei finti metafisici retrodatandoli e inquinando il mercato in un atteggiamento quasi autolesionista pur di vendicarsi sui surrealisti. Tra il 1933 e la fine del 42’ si contano circa 70 opere “finte metafisiche”, tutte vendute a prezzi crescenti in quei 9 anni. Collateralmente le nuove opere sul tema dei “Puritani” e dei “Bagni misteriosi” (1933-1935) non riuscivano a incontrare il mercato.

Fig. 5 Un esempio di metafisica retrodatata: “L’enigma della partenza” (1914), in realtà è del ’33, Fondazione Magnani Rocca, Parma.

Tra il ’36 e il ’38 De Chirico fece una tournèè in America grazie ai legami con Julien Levy, mercante amica di Barnes, che gli permise di ristabilirne le finanze. E’ del 1936 la famosissima mostra “Fantastic Art, Dada, Surrealism” che però esibiva solo opere metafisiche (quelle vere o presunte tali…). In questi anni però 36’-39’ la carriera internazionale di De Chirico viene stroncata da lui stesso. Il mercato chiedeva solo opere metafisiche che lui per errori manageriali non aveva più ma che avevano solo gli odiati surrealisti. Per contrastare questo fenomeno inquinava il mercato retrodatando le sue opere. In più si chiuse tutte le porte per altri mercati internazionali litigando con tanti galleristi. Dalla fine del 1938 de Chirico vende solo in Italia e riesce a trovare tramite le gallerie di Milano (Il milione e Barbaroux) e diversi collezionisti un mercato favorevole che faceva aumentare i suoi prezzi (Il quadro più importante, “Le muse inquietanti” del 1918 veniva comprato da Pietro Feroldi al Milione per 50mila lire, oggi 45 mila €). Fino alla fine del ’42 in Italia si vendeva di tutto di de Chirico: Metafisica vera e falsa, anni ’20, anni ’30 e neo barocco. Il successo internazionale di de Chirico brandizzò l’artista. Il collezionista cercava solo la firma. E’ il momento d’oro per l’artista ma la guerra incombe e Milano è sotto bombardamento. Si rifugiano lui e Isa in Toscana e nel giugno del 1944 si trasferiscono a Roma appena liberata. Finita la guerra sono gli americani ancora una volta a far tornare alla ribalta de Chirico. Tramite un generale dell’esercito, tal Del Corso, l’artista trova un ottimo canale di vendita delle sue opere “finte metafisiche” a New York. Questo sbocco dura fino a quando nel 1946 arriva in Italia la prima monografia di James Thrall Soby sul primo De Chirico, quello metafisico (“vero” ammesso che ce ne sia) che era stata fatta nel 1941. Si inizia a capire l’enigma metafisico che verrà consacrato nella seconda edizione della mostra di Soby nel 1955 al MOMA di New York, che diventerà il testo sacro per il collezionismo (quello rigoroso) di de Chirico. Tutto ciò che non è consacrato dal Soby cala vertiginosamente di prezzo all’estero. In Italia, invece, la fama di de Chirico è solidissima e si alimenta ancora di più con le polemiche, i processi e gli scandali e le apparizioni televisive, in cui spara a zero in uno “Sgarbiese” altezzoso su Matisse, Van Gogh, Modigliani, ecc.

Fig. 6 Giorgio de Chirico in versione scultura dandy

Dagli anni ’50 alla morte (1978), De Chirico fa opere metafisiche senza data, sostenendo che la metafisica non conosceva la dimensione spazio – tempo e continua con il repertorio baroccheggiante di sempre: ritratti, nature morte, cavalli, cavalieri, ninfe, boschi, ecc.. Un mercato italiano in continua crescita che non conosce crisi e che si alimentava nonostante i noti processi negli anni ’70. Nel resto del mondo venivano vendute solo opere metafisiche certificate o pubblicate (talvolta con qualche errore) da Soby.  Dal 1978 ad oggi, dopo la morte, molti studiosi incominciano a fare una revisione critica dei suoi lavori. Su tutti Renato Barilli e Maurizio Fagiolo dell’Arco. Ne approfitto per farla anche io dopo il marasma De Chirichiano al quale si è partecipato (nel bene o nel male).

Fig. 7 L’opera del record in asta

RIASSUMENDO:

I macro-stili di Giorgio De Chirico possono essere riassunti in:

  • Opera romantica e metafisica (1908-1919)
  • Opere tra le due guerre (1919-1939)
  • Neobarocco e pluristilismo (1939 – 1974/75), smise di dipingere nel 1975.

Per conoscere la fama ma soprattutto la stabilità nel mercato è necessario:

  • Riconoscimento storico della qualità artistica
  • Giusta quantità di opere (non troppo basso e nemmeno troppo alto)
  • Sicurezza nella data tramite certificazioni di autenticità

Mercato della pittura metafisica (1908 – 1919)

Gestito dai surrealisti, poi dagli anni ’40 ai primi ’80 si basava tutto sulla monografia di Soby e su qualche emendamento fatto da Maurizio Fagiolo e Paolo Baldacci. Non molto fiorente però questo mercato perché le opere certificate erano poche: solo 148 quadri e poco più di 90 disegni e la metà era già collocata nei musei e fondazioni quindi rimaneva un flottante di soli 70 quadri e 40 disegni. Questo numero esiguo si deve, oltre alla questione della retrodatazione metafisica, anche al fatto che de Chirico dichiarava false opere autentiche per dispetto ai surrealisti prima e ad altri galleristi poi (tra queste: Le revenant (1918), “L’enigma di un pomeriggio d’autunno (1909), “Le printemps” (1914)). Questo fattore di incertezza è però ormai colmato dalla critica e nonostante periodi in calo tra il ’91 e il ’95 e tra il 2006 e il 2009, le opere tra il 1912 e il 1914 60×80 e 70×90 cm sono le più preziose e rare. Non ultima quella battuta da Sotheby’s qualche settimana fa.

Mercato tra le due guerre (1919 – 39)

Il periodo classico romantico (1920 -1924) sia per la produzione poco numerosa, sia per i soggetti diversi non sta trionfando nel mercato. Le rarissime ville romane nei primi anni ’90 arrivavano ai 2 miliardi di lire. A partire dal ‘2000 con il calo del figurativo il mercato si è estremamamente ridimensionato. Una piazza d’Italia del 1920 56×76, proveniente dalla collezione Alfredo Casella ha raggiunto solo 1 milione e 350 mila dollari nel 2012. Subito dopo la morte del pittore, il periodo Rosenberg (1925-1930), grazie al supporto degli studi di Maurizio Fagiolo, pubblicazioni della Galleria Philippe Daverio (1982) e della Galleria dello scudo (86’-87’) era passato dai 70-150 milioni di lire degli anni ’80 al miliardo – miliardo e mezzo a inizio anni ’90. Questo periodo, a differenza di quello metafisico, aveva i tre criteri suddetti per fare un buon mercato. Flottante di 260 -280 opere, moltissimi disegni, certezza di autenticità e riconoscimento storico tramite mostre importanti trainavano il mercato. A partire dal 2000 a oggi queste opere sono rimaste pressochè ferme e costano tra i 600-700 mila euro e il milione. La pittura degli anni Trenta, il cui rilancio, sempre per opera di Maurizio Fagiolo e della Galleria dello Scudo (1999) è avvenuto in controtendenza quando già cominciava a profilarsi la crisi dei valori novecenteschi.

Neo barocco e secondo dopoguerra (1939 – 1974/75)

Il cambio di gusto a partire dal XXI secolo ha penalizzato anche questa fase dopo 20 anni di crescita dopo la morte dell’artista (1978 -1999). Questa fase pittorica è stata estremamente prolifica, si contano 5-6 mila opere, molte di queste sono di dubbia autenticità e come se non bastasse la critica internazionale è avversa a questa fase di De Chirico. Infatti i prezzi dei “Trovatori” e “Piazze d’Italia”, soggetti più ambiti dal mercato, sono uguali a quelli di 25 anni fa. Caso particolare è quello delle opere tra il 1968 e il 1974 in cui De Chirico fece tra le sue opere migliori del periodo dopo la guerra. Il fatto però è che sono introvabili nel mercato perché tutte in mano alla Fondazione De Chirico o al Museè d’Art moderne de la Ville de Paris.

Dati e informazioni a cura di Paolo Baldacci, Archivio Metafisico di Milano