Divulgazione d'arte Opere

#Buoncompleanno900: Il Quarto Stato

In occasione della celebrazione dei dieci anni dalla nascita del Museo del Novecento di Milano (il 6 dicembre 2010), ho deciso di rompere il ghiaccio parlandovi del capolavoro che apre letteralmente la collezione d’arte contemporanea del museo: il Quarto Stato (1898-1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Per chi non lo conoscesse, il Quarto Stato è l’immagine che solitamente figura nei manuali scolastici quando si parla di socialismo e di rivoluzione industriale (italiana), oggi divenuto simbolo di un’epoca e facile veicolo attraverso il quale introdurre determinati temi o suggerire particolari significati.

Il dipinto è esposto all’interno del Museo Novecento ma prima dell’ingresso alla collezione, in una sorta di grande nicchia apposita.

Dal fondo buio e ombroso della piazza Malaspina di Volpedo, una massa di forti e robusti braccianti avanza, illuminati da una luce calda e abbagliante, quasi accecante, che, diffondendosi, illumina i loro gesti, i loro vestiti, il loro procedere calmo ma deciso: sono gli abitanti di Volpedo quelli che Giuseppe Pelizza rappresenta con immensa cura e perizia (le figure sono a grandezza naturale ed estremamente realistiche, quasi fotografiche), attraverso una rigorosa operazione di scomposizione dei colori. La tecnica divisionista adoperata dal pittore prevedeva infatti la separazione dei colori nella loro accezione più pura. Accostati l’uno vicino all’altro, i colori non venivano mescolati sulla tavolozza per ottenere le diverse sfumature e tonalità, ma posti direttamente sulla tela mediante sottilissime linee o segni, così da creare un’omogeneità luminosa e cromatica più vicina alla realtà, concretamente visibile portandosi a distanza dalla tela. Così facendo Pellizza strizza l’occhio alla lezione francese del pointillisme impartita dai pittori neoimpressionisti Seraut e Signac, e introduce un nuovo modo di dipingere, al passo con le scoperte scientifiche del suo tempo in merito alla percezione ottica del colore e della luce. Un lavoro di così infinita pazienza richiese al pittore un lungo periodo di gestazione per la realizzazione dell’opera definitiva, intervallato dalla realizzazione di straordinari bozzetti preparatori e di almeno due versioni sul tema altrettanto celebri, quali “Ambasciatori della fame” datata 1891 e conservata attualmente in una collezione privata, e “Fiumana” (1895-98), custodita invece presso la Pinacoteca di Brera di Milano.

Ambasciatori della fame, 1891-1895

Nel corso del decennio in cui l’artista si dedicò allo sviluppo del tema prescelto, oltre a cambiare la composizione, la tecnica pittorica, la luce e la dimensione dell’opera, maturò la volontà di creare una sorta di specchio della sua epoca, concentrandosi sulle rivolte e i moti popolari che contrassegnarono la fine del XIX secolo. A discapito di ciò che spesso avveniva durante queste rivolte (ad esempio un episodio che colpì molto l’artista fu la protesta del pane che accadde a Milano nel 1898, dove furono massacrati diversi manifestanti), il pittore decise di raffigurare i suoi personaggi vestiti dei propri attributi, in abiti dai colori terrosi e a piedi scalzi, ma con un’accezione nuova, la presa di coscienza da parte del proletariato, che avanza verso una società che si stava evolvendo e industrializzando grazie al loro lavoro.

Fiumana, 1895-1898

Se quindi in Ambasciatori della Fame il pittore raffigura tre contadini o operai che avanzano visibilmente irati verso qualcosa (probabilmente l’edificio del padrone), con il popolo che assiste alla scena ma in modo distaccato, in Fiumana il popolo si avvicina ai tre personaggi e subentra anche la figura femminile, una donna che nel linguaggio dell’epoca simboleggiava la famiglia. Non sono più soltanto i lavoratori a scioperare ora, ma anche le donne e le famiglie in generale, marciano e reclamano i propri diritti. Nel Quarto Stato questo tema si espande e il messaggio diventa universale. La tela è più grande, la tecnica pittorica più vigorosa come il manifestare del popolo che non è aggressivo o irruento, bensì coscienzioso e determinato, poiché è questo il modo attraverso il quale la classe popolare si deve porre per ottenere il rispetto che gli spetta.

“La coscienza della loro forza non li spinge all’imprecazione, ormai essi vincono”.

Il cammino dei lavoratori diventa dunque una marcia solenne e potente, in cui il popolo parla, gesticola, esprime le proprie opinioni, agisce con la ragione e non con l’istinto, ponderando le sue scelte in modo razionale e avanza verso un futuro migliore, esigendo una giustizia meritata. Forse proprio il carattere temperato ma sicuro di un popolo che diventa più difficile da domare, unito alla modernità della tecnica e alle dimensioni monumentali dell’opera, disturba la critica e la commissione di valutazione, quando nel 1902, a un anno dal completamento del dipinto, Giuseppe Pelizza espone il suo capolavoro alla Quadriennale di Torino. Incredibilmente, rispetto al successo e alla popolarità di cui odiernamente questa opera gode (e di cui godrà nei decenni successivi), in quella occasione non viene riconosciuta la sua portata rivoluzionaria, gettando l’artista nello sconforto più totale. L’improvvisa morte dell’amata moglie nel 1907, getterà l’artista in una profonda crisi depressiva, che lo porterà al suicidio per impiccagione il 14 giugno dello stesso anno. Trasferito di sede in sede, il Quarto Stato approda definitivamente nel 2010 al Museo del Novecento come mediazione tra un’epoca e un’altra, Ottocento – Novecento, ma anche come prefazione di un secolo destinato alla rivoluzione per antonomasia, dove quelli che sono stati per secoli i capisaldi e i precetti dell’arte, vengono completamente reiventati, trasformati e in alcuni casi totalmente mutati.

Museo del Novecento Milano