Artisti Divulgazione d'arte

DAL CINEMA AL CINEMATIC

UN VIAGGIO ATTRAVERSO LE OPERE PERCETTIVE DI TURRELL E IRWIN

Se dovessimo studiare il XX secolo non potremmo di certo non considerare il cinema, una vera e propria rivoluzione che ha cambiato il nostro modo di pensare, di vedere e di percepire. Addirittura in alcune correnti artistiche contemporanee il cinema è diventato un vero e proprio strumento con cui fare arte. Negli anni si è così assistito sempre di più a un forte dialogo fra l’arte visiva e la settima arte attraverso una migrazione del cinema dal suo tempio originario -come Douglas Gordon definisce la sala cinematografica- a quei luoghi che sono propri dell’arte contemporanea: i musei e le gallerie.

Il cinematic, prodotto di questa stretta connessione fra le due discipline, entra quindi in relazione con l’exhibition-making, ovvero con l’installazione di opere d’arte in spazi ad esse dedicati, rapportandosi anche con l’ambiente e con ciò che gli appartiene, come ad esempio la luce. Kiesler sostiene che la sala cinematografica è un gioco di superfici, che il cinema esiste anche in quanto luce che si muove e si proietta su uno schermo-superficie. Questa riflessione è collegata a quella di Greenaway che vede il cinema come luce che crea immagini impresse in una superficie. La sala cinematografica è un luogo dove si ha un continuo stimolo dei sensi dello spettatore che risulta, così, sempre più coinvolto. Negli spazi dell’arte contemporanea le pareti sono trasformate in schermi-superfici sui quali possono essere impressi interventi artistici luminosi.

Questa tipologia di opere inseritasi negli anni ’60 del Novecento vede alcuni artisti indagare la percezione umana dell’ambiente. Per inquadrare al meglio questo dialogo fra arte e cinema si può fare riferimento alle opere percettive di James Turrell e Robert Irwin che con i loro lavori, fatti di spazio e luce, invitano a ripensare il modo in cui avvertiamo la realtà.

James Turrell, Wedgework V, 1974
 

Turrell realizza installazioni di proiezioni luminose (come la serie Wedgework) che indagano la percezione umana e sospendono lo spazio fra materialità e immaterialità. Attraverso la luce attiva le superfici facendo sì che lo spettatore veda la luce come un’architettura che, oltre ad essere essa stessa spazio, ha la capacità di farlo fruire al visitatore. Se al cinema l’osservatore si relazionava con lo schermo come superficie dove avviene la proiezione filmica, ora si relaziona allo stesso modo con uno spazio diverso: quello dell’arte contemporanea, essendone completamente assorbito e vivendone l’effetto non solo visivo ma anche ambientale.

Turrell definisce i suoi lavori come delle viewing chamber per evidenziare come l’esperienza visiva non sia più un mero guardare ma diventi esperienza. Lo spazio cinematografico diventa qui uno spazio abitabile e indagabile, uno spazio di proiezione psichica tangibile. Come afferma Giuliana Bruno: “si potrebbe dire che il tempio dell’arte moderna che fu il palazzo del cinema sia pertanto riapparso nell’installazione della galleria d’arte, in forma filmica rinnovata, come esperienza laica che attiva incontri superficiali.” In queste realtà non ci troviamo più di fronte allo schermo ma siamo immersi in veri e propri ambienti di schermi. La luce, come dice Turrell, è vitamina essenziale che ci coinvolge sia fisicamente sia emotivamente, come avviene nella sala cinematografica.

Robert Irwin, Varese window room, 1973-1976
 
 

Irwin concretizza questo processo di percezioni nelle sue installazioni che indagano la luce ambientale (come in Varese window room, un varco nella parete che muta con il variare della luce e delle condizioni atmosferiche) o il connubio che essa può avere con dei tessuti (come in Excursus. Homage to the Square). Egli osserva la lentezza e le variazioni di tempo con cui la luce si manifesta in un ambiente poiché, come lui stesso sostiene, “vediamo con i nostri sensi” non solo tramite gli occhi. I suoi ambienti sono totalmente immersivi e avvolgenti, così come quelli della sala cinematografica, e puntano a costruire stimoli con i quali relazionarsi costantemente.

Il suo lavoro consiste proprio nell’avvalorare le emozioni e le percezioni umane e la luce diventa, così, un’attitudine che influisce sui legami che i visitatori instaurano silenziosamente con lo spazio circostante. Ecco che anche davanti a un’opera d’arte possiamo rimanere incantati e con lo sguardo fisso sullo schermo come se fossimo al cinema. Si spengono le luci. Il film dell’arte è pronto per iniziare. Non ci rimane che immergerci in questo incantesimo. Buona visione!

Robert Irwin, Excursus. Homage to the Square, 1998