Artisti Divulgazione d'arte

Il Gruppo T e la realtà variabile

Come primo scritto di questo atteso 2021, ho ritenuto opportuno parlarvi del Gruppo T, un gruppo di artisti, che nel gennaio del 1960, esordì nella galleria milanese Pater con un’esibizione frutto di una sperimentazione emergente che proponeva un nuovo modo di fruire l’arte in connessione con le recenti tipologie di ricezione digitale, che hanno caratterizzato quest’ultimo periodo. Il Gruppo T, così denominato in riferimento al concetto di tempo (T = tempo) nacque nell’ottobre del 1959, all’indomani della conclusa esperienza informale, dalla volontà di cinque giovani artisti, provenienti dal medesimo contesto culturale (ex studenti dell’Accademia di Brera): Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi e Grazia Varisco (subentrata poco dopo l’istituzione ufficiale del gruppo).

Gruppo T Milano, 1960/61, foto di Ugo Mulas (Da sinistra Gianni Colombo, Giovanni Anceschi, Grazia Varisco, Davide Boriani, Gabriele Devecchi).

Prese così corpo un condiviso progetto che proponeva soluzioni artistiche innovative attraverso la realizzazione di esperimenti percettivi e di ambienti interattivi. La prima manifestazione del gruppo, Miriorama 1 (dal greco “orao“, da vedere, e “myrio“, che sta per una quantità quasi infinita, “Infinite visioni”), alla quale seguirono tra il ‘60 e il ‘64, altre 14 mostre “Miriorama“, pur basandosi su un’idea collettivista dell’operare artistico, che portò a proporre delle opere con la firma “Gruppo T”, non disgiunse mai completamente la produzione dalle singole personalità come invece accadde altrove per altri gruppi che scelsero di firmare le proprie opere solo ed esclusivamente dietro una sigla (vd. GRAV, BMPT, etc). Contestualmente all’affermazione pubblica, seguì la redazione del manifesto programmatico, depositario delle intenzioni del Gruppo T:

Ogni aspetto della realtà, colore, forma, luce, spazi geometrici e tempo astronomico, è l’aspetto diverso del relazionarsi dello SPAZIO-TEMPO o meglio: modi diversi di percepire il relazionarsi fra SPAZIO e TEMPO. Consideriamo quindi la realtà come continuo divenire di “fenomeni” che noi percepiamo nella “variazione”.

Programma redatto in occasione della prima “manifestazione” – come una volta chiamavano “mostre” – del Gruppo T, “Miriorama 1”, presso la Galleria Pater in via Borgonuovo 10, Milano.

Il binomio SPAZIO-TEMPO che accomuna le opere realizzate dal Gruppo T, indaga le prerogative e gli aspetti della quarta dimensione (quella appunto temporale) relazionati all’opera d’arte, un’idea già presente nel panorama artistico del XX secolo: dalle Avanguardie di inizio Novecento (Picasso prima, e i Futuristi poi), alle successive indagini di Marcel Duchamp (I Dischi Rotanti, 1926) e Bruno Munari (Ora X, 1945) che solitamente si connota come uno dei primi esempi di Arte cinetica. Con il Gruppo T queste intuizioni vengono finalmente teorizzate e messe per iscritto, in un manifesto che ne fa da vademecum, e allo stesso tempo il concetto di relazione “fra SPAZIO e TEMPO” viene espresso attraverso una nuova variante tecnologica. Del resto, come affermava Nicolas Schöffer, artista ungherese tra i protagonisti dell’arte cinetica e programmata : «è inammissibile, nel XX secolo, utilizzare ancora le tecniche del XIV e XV secolo per realizzare delle opere d’arte (…) Le arti devono usare gli stessi mezzi delle scienze e delle tecniche, vale a dire dei mezzi contemporanei».

Ora X, Bruno Munari, 1945.

Ora l’opera si trasforma in una “strutturazione pulsante” in continuo divenire, sempre diversa istante dopo istante, poichè possiede al suo interno dei dispositivi che la cambiano o perché lo spettatore intervenendo la modifica. Così, Le superfici magnetiche di Davide Boriani (3) o le Strutture tricrome di Giovanni Anceschi (2), attivano il proprio meccanismo solo grazie all’intervento esterno del fruitore, oppure nel caso del Urmnt di Gabriele Devecchi (4), l’opera d’arte può assumere forme e variazioni differenti a seconda della prospettiva in cui la si guarda.   Anche la luce ha un compito importante nelle opere degli artisti del Gruppo T: permette all’opera di mutare continuamente, essendo essa stessa, un fenomeno in continua variazione. La luce varia sulla base di una programmazione creando composizioni e giochi luminosi, come avviene nelle Cromo-Strutture in plexiglass di Gianni Colombo (1) o negli Schermi luminosi variabili ideati da Grazia Varisco, in cui reticolati di luce artificiale si intrecciano su di una superficie meccanica a un ritmo prestabilito, disegnando attraenti composizioni geometriche.  

A una fase di iniziale sperimentazione, ne seguì una successiva, che ha inizio dal 1964 circa, dedicata alla riproduzione di ambienti immersivi ed interattivi. L’esperienza partecipativa diventa ora totale. Lo spettatore non è solo chiamato ad intervenire sull’opera per garantirne la funzionalità, ma può direttamente entrare in essa, sperimentandola così in modo totalmente immersivo.  Gli ambienti interattivi creati dai componenti del Gruppo T furono esposti alla Biennale di Venezia del 1964 e vennero addirittura etichettati dalla critica come delle “macchinette” per il loro carattere giocoso e poco convenzionale (l’esposizione venne definita come un Luna park, dove il visitatore poteva liberamente interagire con le opere). Il carattere innovativo degli Ambienti stroboscopici di Davide Boriani o delle Topoestesie di Gianni Colombo, per citarne alcuni, hanno la capacità di stupire i loro spettatori ancora oggi: è un’arte completamente moderna, quella che il Gruppo T propose in un’epoca in cui, se da un lato molti non erano ancora pronti a riceverla (la realtà del Gruppo T rimase infatti parzialmente sommersa per qualche decennio), dall’altro il terreno era ormai fertile per sperimentazioni di questo tipo.