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IL RAPPORTO FRA LAND ART E FOTOGRAFIA: DAL MONOLITE IN FERRO ALLA SPIRAL JETTY

Se vi chiedessi quali sono state le opere più discusse del 2020? Vi sfido a non ricordarvi neanche per un attimo del monolite in ferro su cui tanto si è vociferato alla fine dello scorso anno. Un mistero che ha portato i più a domandarsi come mai fosse sparito dal deserto dello Utah, ricomparso in Romania, in California e ancora in Italia e Inghilterra. Ma soprattutto le curiosità principali erano: è un’opera? E se si, chi è l’artista? L’arcano è stato poi risolto: la sua comparsa e scomparsa era una trovata di un collettivo di artisti, i The most famous artist, che ne ha rivendicato la paternità sui social. Ma quanti di noi hanno visto di persona questo tanto acclamato monolite? Sicuramente il numero di persone che ne ha fruito fisicamente è inferiore rispetto a quello che indica la quantità di spettatori digitali. E no, la ragione non è solamente la restrizione della libertà personale imposta dalla pandemia globale. La spiegazione risale alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta del Novecento. In questo arco temporale, prima negli Stati Uniti poi in Europa, si inserisce nel contesto artistico la corrente della Land Art. Rinunciando alla creazione di un’opera stabile nel tempo, gli artisti della Land Art creano dei lavori effimeri, ponendosi intenzionalmente al di fuori dei circuiti collezionistici e del mercato dell’arte, basandosi quindi più sul processo che sul possesso e dialogando costantemente con il paesaggio e la terra.

The most famous artist, Monolyte, 2020

Nella comunicazione al pubblico degli interventi di Land Art, le immagini fotografiche assumono un ruolo cardine. Da un lato, infatti, servono come prova, essendo in grado di testimoniare la produzione di un determinato artista; dall’altro sono capaci di congelare l’effimero, riuscendo dunque a prolungare nel tempo l’esistenza dell’opera che così non è più vincolata al preciso momento della fruizione. All’epoca non solo le riviste di settore, ma anche i principali magazine come Time, Life e molti altri avevano sviluppato un certo interesse per questa corrente artistica. Non si può fare a meno di notare come spesso tali immagini sottolineino la drammaticità, oltre alla spettacolarità, delle opere. Gli scatti fotografici di Land Art hanno il compito non solo di comunicare l’opera a chi non ha potuto vederla con i propri occhi, ma anche di contribuire alla conoscenza della poetica e delle modalità operative adottate dagli artisti. A tal proposito, vi scrivo di Gianfranco Gorgoni (1941-2019) uno dei fotografi d’arte italiani più interessanti e importanti della seconda metà del ‘900 (di cui in questo 2021 si celebrano gli 80 anni della nascita ndr). Ma perché Gorgoni è così rilevante per la Land Art?

Gianfranco Gorgoni, Spiral Jetty, 1970

Tra le opere più celebri del fotografo vanno sicuramente ricordati gli scatti della Spiral Jetty di Robert Smithson, iconico lavoro di Land Art  – che si trova, fra l’altro, nello Utah come il monolite in ferro prima citato; a differenza di questo però la Spiral Jetty non si trova nel deserto ma è collocata nel Grande Lago Salato di Rozel Point. Gli ormai celebri scatti fine arts di Gianfranco Gorgoni, nei quali l’opera è spesso esaltata da una scenografica ripresa aerea, non solo documentano le fasi della realizzazione della Spiral Jetty ma evidenziano anche la progressiva importanza data da Smithson, che alcuni ritengono il padre fondatore della Land Art, alla fotografia. L’artista ha portato a compimento la realizzazione della Spiral Jetty nell’aprile del 1970, l’opera dalle dimensioni monumentali, di 450 metri di lunghezza e 4,6 metri di larghezza di diametro, venne prodotta prelevando 6.650 tonnellate di materiale dalla collina vicina.

Gianfranco Gorgoni, Spiral Jetty, 2010

La spirale è stata scelta da Smithson, fra le varie ragioni, come forma primordiale evocativa dei primi processi di vita, essa infatti rimanda ai vortici d’aria, a gorghi d’acqua, a chiocciole, a lumache e all’avvolgersi di corpi celesti. La Spiral Jetty è un omaggio alla natura che alla natura stessa fa ritorno: non appena l’artista terminò la realizzazione della spirale, infatti, incominciò l’azione per lo più imprevedibile della natura. Questa spirale è un’opera site-specific, come è tipico della Land Art, pensata quindi per interagire costantemente con la natura e l’ambiente circostanti. E infatti, a causa delle immersioni della spirale, sulla sua superfice sono comparsi dei cristalli di sale bianco che ne hanno naturalmente alterato la visione. Questa mutazione dovuta agli agenti naturali era voluta da Smithson e di conseguenza è ancora più evidente come le fotografie di Gorgoni siano ancora adesso estremamente importanti per permettere al fruitore di conoscere lo stato dell’opera nell’istante in cui era stata terminata, quando la natura ancora non aveva contribuito a cambiarne la conformazione.

Gianfranco Gorgoni, Spiral Jetty 1970

La fluidità che Smithson ha mostrato nella gestione e nella distribuzione dell’opera attraverso i media fotografici non ha eguali tra gli artisti di Land Art dell’epoca. Nonostante scattare quelle fotografie abbia richiesto soltanto qualche istante, esse hanno rivelato i termini spaziali della scultura e non solo. La Spiral Jetty è conosciuta dai più grazie alle fotografie di Gorgoni, soprattutto da quella scattata dall’elicottero che sorvola l’opera circondata da acque violacee. Le straordinarie immagini di Gorgoni racchiudono un grandissimo numero di informazioni in un solo scatto, e questo le rende particolarmente affascinanti considerando gli anni in cui furono realizzate e le allora, se rapportate ai giorni d’oggi, scarse attrezzature fotografiche disponibili. Quale sarà la prossima opera di Land Art che potremo conoscere tramite la fotografia? Non ci resta che aspettare e sperare di poterla fruire più facilmente anche fisicamente!

Veronica Tremolada