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Il Giappone di Felice Beato

Qualche settimana fa, nelle storie di All Art Contemporary, è stato trattato il tema della nascita della fotografia: dal suo inventore Louis Daguerre al primo dagherrotipo. Ma sin dalle sue origini, quale è stata una delle applicazioni più affascinanti di questo nuovo modo di raccontare la realtà?

La seconda metà dell’Ottocento (la fotografia nacque nel 1839 ndr) fu caratterizzata da una accresciuta mobilità, che rese possibile, soprattutto agli occidentali, la scoperta e l’esplorazione di nuovi mondi. Sono gli anni del Grand Tour, di viaggi intorno al mondo, alla scoperta o riscoperta di territori prima di allora difficilmente raggiungibili. In questo clima di fervore intellettuale, la fotografia diventò ben presto una preziosa alleata degli esploratori; essa si rivela sin da subito uno strumento rapido per registrare, a fini divulgativi e scientifici, immagini che prima di allora potevano essere soltanto disegnate, con l’inevitabile svantaggio, il più delle volte, della perdita di alcuni dettagli fondamentali:  «Per copiare i milioni di geroglifici che coprono perfino all’esterno i più grandi monumenti di Tebe, di Menfi e di Karnak occorrerebbero vent’anni e legioni di disegnatori» lamentava lo studioso Dominique Françoise Arago, che nel 1839 compilò il primo rapporto sulla neonata fotografia, affermando che «i disegni fotografici sorpasseranno ovunque per fedeltà e colore locale le opere dei pittori più abili».

A partire dall’invenzione della macchina fotografica la figura del disegnatore “di viaggio” fu dapprima affiancata, per poi essere completamente sostituita, da quella del fotografo. Fu in questo contesto che due fratelli d’origine veneta, Antonio e Felice Beato, iniziarono la loro avventura come fotografi in giro per il mondo. Se Antonio Beato (ca. 1832-1906), dopo i primi anni passati tra Europa e India in compagnia del fratello, sceglierà di stabilirsi in Egitto, realtà piuttosto fiorente dal punto di vista della fotografia (molti erano gli atelier fotografici presenti in loco), Felice (ca. 1834-1909) decise invece di proseguire il suo viaggio in Oriente, dall’India alla Cina, realizzando eccellenti fotografie a seguito della flotta inglese durante la Seconda guerra dell’Oppio (1856-60), stabilendosi infine nel paese levantino per eccellenza; il Giappone.

Sfumature artistiche, che peraltro erano utilizzate anche dai fotografi giapponesi contemporanei ai Beato; infatti la fotografia in Giappone non era una novità. Dopo anni di ripetuti esperimenti andati a vuoto, nel 1857 – quasi vent’anni dopo la scoperta della fotografia in Occidente e sei anni prima dell’arrivo di Felice nel Paese del Sol Levante – due vassalli del regno di Satsuma riuscirono a catturare l’immagine del proprio daimyo, il signore Shimazu Nariakira. Tuttavia, le fotografie di Felice Beato, oltre a “scrivere” un importante capitolo della storia fotografica del Giappone, in un paese che soltanto da poco si era aperto ai rapporti con l’Occidente e con gli occidentali (a causa del ferreo regime dei sovrani Tokugawa che interessò il Giappone per più di due secoli), contribuirono anche ad offrire un’immagine di questo popolo ad ampio raggio, in un’Europa in cui già da tempo si stava diffondendo quella magica fascinazione nei confronti di tutto ciò che proveniva dall’Estremo Oriente, trasformandosi ben presto in una vera e propria ossessione che prenderà il nome di Giapponismo.

Qui, nel paese del Sol Levante, il fotografo veneto ebbe modo di immortale scene di vita quotidiana e, viaggiando spesso a seguito di spedizioni militari, di accedere a luoghi normalmente vietati ai civili, rendendo le sue fotografie ancora più esclusive e appetibili. Emerse così la straordinaria personalità del fotografo italiano, capace di coniugare la duplice espressività del mezzo fotografico; da una parte, il crudo realismo, attraverso i reportage di guerra (che mostravano militari, accampamenti, o danni provocati dal conflitto), dall’altra la vena creativa, attraverso la ricerca di un senso estetico, espresso nei ritratti del popolo nipponico, in cui la figura veniva spesso abbellita da un ovale o attraverso l’utilizzo del colore. Espedienti di matrice occidentale che tuttavia dialogavano volentieri con l’arte giapponese; ad esempio l’utilizzo della colorazione manuale era sì, un artificio già adoperato in Occidente, ma che nel caso delle fotografie di Felice, creava anche un perfetto connubio con la forma d’arte più diffusa nel Giappone del tempo, ovvero le stampe policrome dell’ukiyoe.

Infine le fotografie di Felice Beato possiedono una potente carica attrattiva anche oggi. Oltre alla qualità tecnica, alla nitidezza, all’inquadratura, alla scelta di colori vivaci e pop, che ne fanno un ottimo soggetto “instagrammabile”, esse trovano una corrispondenza e un contatto anche con l’arte a noi contemporanea. Lo scatto qui riportato ad esempio, che raffigura un uomo di spalle decorato quasi interamente dall’immagine di un magnifico samurai (o presunto tale), porta immediatamente alla mente le sculture tatuate dell’artista italiano Fabio Viale (del quale vi abbiamo già scritto un articolo poco tempo fa ndr), che in modo forse collaterale, hanno implicitamente a che fare con la lunga tradizione dell’immagini del mondo fluttuante (ukiyoe) di Hokusai, Hiroshige e Utamaro (per citare i più famosi) spesso protagonisti di mostre negli ultimi anni. Una fascinazione tutta italiana, che ancora una volta, guarda con immensa attrazione a un mondo misterioso e unico, come quello descritto, o meglio fotografato, negli scatti di Felice Beato.