Divulgazione d'arte

L’arte come terapia

“La Bellezza salverà il Mondo” afferma sognante il protagonista de L’idiota di Dostoevskij. Per lo studioso Alain de Botton, però, le opere d’arte possono fare molto di più: un dipinto, una scultura, una fotografia parlano alle nostre emozioni e «diventano la terapia dei nostri disagi». L’arte come terapia” è non solo un libro ma un particolare progetto di ricerca condotto da de Botton e condiviso con il filosofo John Armstrong dell’Università di Melbourne.

Chissà cosa avrebbe pensato Édouard Manet sapendo che un giorno il suo Mazzo di asparagi (1880) sarebbe stato usato per «curare» la monotonia di una lunga relazione. Una natura morta può ravvivare un rapporto? No, non facciamoci strane idee. Stiamo parlando della contemplazione di un’opera d’arte come terapia: avete perso ogni speranza? È bene guardare La danza di Matisse.

La serenità sembra impossibile? Rivolgiamo allora l’attenzione ad un dipinto a caso di Vermeer, magari La donna in azzurro che legge una lettera.

Non si tratta di uno scherzo: queste le domande ragionate che guidano il saggio di de Botton-Armstrong, fra coloro che credono davvero nell’Arterapia e che l’hanno lanciato come nuovo metodo di avvicinamento al bello. Lo scrittore svizzero de Botton, all’interno del suo progetto più ampio “The School of Life”, ha aperto un sito web – http://www.artastherapy.com/ – dove chiunque può cercare una risposta in forma di opera d’arte a problemi d’amore, ansia, lavoro.

«Oggi non sfruttiamo tutto il potenziale che un dipinto, una scultura o un’opera di architettura nascondono» scrive de Botton. «Sottovalutiamo le emozioni che possono comunicarci, siamo schiacciati dalla storia, dagli aneddoti, dalle didascalie che nei musei si limitano a indicare autore, anno, tecnica utilizzata. Così perdiamo molto. Il concetto di “arte per l’arte” rifiuta la possibilità che l’arte abbia uno scopo. Che possa diventare come una pillola per curare i nostri disagi».

La danza (1909)- Henri Matisse

E, attenzione, a questa affermazione gli storici dell’arte potrebbero lanciare un comprensibile allarme.

Lungi dal negare il valore fondante della Storia dell’arte, col suo portato di conoscenze e ragioni legate alla realizzazione di un’opera, a de Botton preme specificare di non estremizzare le posizioni in campo: alla valutazione storico-critica va affiancata un’altra maniera di guardare; “… nei musei, in tanti si soffermano qualche secondo su un’opera. Leggono la didascalia e poi vanno via. Non sono indirizzati verso le emozioni. Non sanno che dipinti e sculture possono parlarci, al di là del tempo”. Come Gli asparagi di Manet, appunto. Secondo de Botton, ci aiuterebbero a vedere il bene e il bello anche nella routine di una lunga relazione. “Sì, perché Manet sceglie di ritrarre un ingrediente banale della cucina, vi trova una sottile individualità e nella sua semplicità lo rende un capolavoro”. Tutto questo, però, nella didascalia del Wallraf-Richartz di Colonia, dove l’opera è esposta, non viene riportato. E qui scatta un altro passaggio del progetto di “Art Therapy”.

Le opere, dunque, non vanno semplicemente presentate secondo un criterio cronologico o meramente didascalico, ma per «emozioni». Su questa falsariga sta lavorando, infatti, il Rijksmuseum di Amsterdam, tempio della pittura olandese. Gli autori auspicano, ad esempio, un Louvre od una Tate non divisi per scuole e correnti artistiche, ma per «turbamenti interiori», con gallerie della sofferenza, della compassione, della paura, dell’amore, riempite da opere a tema opportunamente commentate per suscitare una reazione e, magari, un rimedio al disagio in chi le guarda.

“In fondo, in passato l’arte veniva commissionata con uno scopo preciso” sostiene de Botton, “la Chiesa ordinava soggetti religiosi per ammonire i fedeli e ricordare loro la vita di Cristo e dei santi. Mentre i regimi si servivano degli artisti per la propaganda, senza giustificare nulla di tutto questo. Oggi dovremmo studiare nuove forme di committenza perché, nelle società democratiche, l’Arte diventi strumento di conoscenza di sé, di realizzazione e, valore non secondario, di speranza”.

Mazzo di asparagi (1880) – Edouard Manet

De Botton sostiene di avere sperimentato sulla sua pelle la forza terapeutica delle opere d’arte, anche in campo affettivo: “Ero a Firenze con la mia ragazza. Stavamo vivendo un momento molto burrascoso del nostro rapporto. Un giorno ci siamo imbattuti nello Spedale degli Innocenti di Brunelleschi. La razionalità e la calma suggerita da quella loggia rinascimentale ci hanno impedito di litigare”. Da quell’occasione si genera il suggerimento dello scrittore, ovvero di procurarci tutti in casa una cartolina con l’immagine della celebre loggia.

Così come nei momenti di dolore viene consigliato di ritrovarsi davanti al monumento di Richard Serra dedicato a Fernando Pessoa. L’enorme blocco di acciaio della Gagosian Gallery di Londra, nella sua sobrietà, “presenta la tristezza come un’emozione maestosa e onnipresente” suggerisce de Botton.

L’arte come terapia rivaluta anche la censura, solo come forma di educazione e di rispetto del bello: “dobbiamo affrontare la sfida di una censura selettiva e organizzata. Per esempio, la pubblicità gigante di un noto profumo sistemata accanto alla facciata del Musée d’Orsay di Parigi non aiuta nessuno. Al contrario. Non siamo ancora pronti a considerare la bruttezza come un danno per gli altri. Anche per questo trovo importante l’idea dell’Arte come terapia: per restituire un senso alla bellezza, per renderla quotidiana e “utile” nelle nostre vite. L’Arte ci deve cambiare in meglio. E, dall’altro lato, la bruttezza non deve più lasciarci indifferenti”.

Su questo concorderanno sicuramente anche gli storici dell’arte. Ma, tornando all’arte come terapia vissuta sulla propria pelle, un’ultima domanda non si può proprio evitare: come è andato a finire il rapporto con quella ragazza, dopo la «cura» di Brunelleschi? Non lo sappiamo in effetti, però un salto allo Spedale degli Innocenti di Firenze vale la pena farlo lo stesso.

Lo spedale degli innocenti (1417-1436) – Filippo Brunelleschi