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Piet Mondrian o la scienza dell’arte

Come si crea un’opera d’arte? Serve una grande dote tecnica, uno stato d’animo particolare, la giusta “ispirazione” o un pensiero? E se per fare arte potessimo utilizzare semplicemente delle linee verticali o orizzontali e i colori primari, giallo, rosso e blu? Non sto vaneggiando, sto facendo riferimento alle Composizioni di Piet Mondrian, artista olandese che oggi compirebbe gli anni (nasce il 7 marzo del 1872 ndr). Mondrian è di certo uno dei più grandi rivoluzionari dell’arte del XX secolo e la sua ricerca ha influenzato e continua a influenzare artisti contemporanei. 

 

Grande composizione A (1919-20) – Piet Mondrian, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma

Ma come arriva alla creazione di questa immagine essenziale? Andiamo per gradi.

Piet Mondrian a differenza di Kandinskij, che si avvicinò all’arte da autodidatta, entra all’Accademia di belle Arti di Amsterdam nel 1892, a quasi 20 anni, e già l’anno seguente riesce a tenere la sua prima mostra personale. Come Kandinskij, Mondrian inizia a creare opere astratte dopo diversi anni di intensa ricerca. Anche lui, come molti altri, aveva iniziato come pittore figurativo sulla scia delle tendenze del tempo. E in particolare in quegli anni, in Olanda, gli artisti iniziavano a guardare a Vincent Van Gogh morto nel 1890. Per questo i primi dipinti di Mondrian sono di matrice espressionista e rappresentano paesaggi, fattorie e mulini a vento. 

Mulino a vento nel Gein, (1906-07) – Piet Mondrian

Nel 1911 dopo una prima fase espressionista, Mondrian, all’età di 39 anni, si reca a visitare una mostra di Picasso e Braque che si teneva nella sua Amsterdam. Da qui il suo modo di dipingere non sarà più lo stesso. Si trasferisce a Parigi, studia il Cubismo e soprattutto il padre di questa ricerca: Paul Cézanne. Fu proprio Cézanne uno dei precursori dell’astrattismo e della creazione di un linguaggio autonomo dell’arte distaccato dalla natura. Infatti sosteneva l’artista francese: “in natura tutto è modellato secondo tre moduli fondamentali: la sfera, il cono e il cilindro. Bisogna imparare a dipingere queste semplicissime figure, poi si potrà fare tutto ciò che si vuole”. Mondrian trova così un soggetto specifico per la sua analisi, elemento ricorrente nei suoi primi paesaggi espressionisti: l’albero. Ne studia la forme, il colore, la luce e i diversi punti di vista, intrecciando i rami in ciò che lo circonda. 

A differenza dei cubisti Mondrian però vuole andare oltre. Non si accontenta solo di introdurre la quarta dimensione nell’opera d’arte, abolendo il punto di vista unico della prospettiva rinascimentale, ma vuole arrivare come uno scienziato a costruire una formula matematica, o meglio artistica, che raccontasse l’essenza ultima delle cose, la regola che governa la natura e l’universo. Ecco che l’albero viene ridotto sempre più nei suoi elementi primari, come se Mondrian zoomasse sempre più sulla realtà e dalla molecola arrivasse alla cellula e poi all’atomo. L’albero-molecola diventa così una composizione-atomo di forme e colori.

Albero, 1912 – Piet Mondrian

Ma non è finita qua, spesso si pensa che nuovi linguaggi d’arte siano fuori dal mondo e fuori da qualsiasi realtà o oggettività, e che siano fatti solamente per il fine dell’arte che è la creazione del bello. Nulla di più sbagliato. Come afferma il premio Nobel per la medicina del 2000 Eric Kandel “Se il processo artistico è spesso rappresentato come pura espressione della fantasia umana, io mostro che gli artisti astratti spesso raggiungono i loro obiettivi ricorrendo a metodologie simili a quelle usate dagli scienziati”. 

Proprio come uno scienziato Mondrian studia la natura per arrivare a concepire una variabile della condizione umana nei confronti dell’Universo e lo fa con l’approccio riduzionista tipico della scienza, cioè lo studio di un fenomeno complesso attraverso una cosa elementare e semplice. Ma come mai gli artisti astratti vedono la realtà in modo geometrico? Come mai linee e forme geometriche formano il loro universo artistico? Di certo questi pittori non lo facevano perché appassionati di geometria o matematica, piuttosto questa necessità derivava dallo studio della forma. E per studiare le forme e i colori che compongono la nostra realtà visibile si deve partire dai loro elementi essenziali nonché dalle regole che il cervello umano usa per stabilire una forma. Riduzionismo appunto, dal latino re-ducere, ricondurre, cioè studiare una cosa complessa riconducendola a una più elementare. 

Piet Mondrian, Composizione con rosso, giallo e blu, 1929, olio su tela, cm 52 X 51,5. Amsterdam Stedelijk Museum

Dopo lo studio della forma Mondrian si avvicina all’analisi del colore, dalla fine degli anni 20’ fino alla sua morte giunta nel 1944 (lo stesso anno di morte dell’altro padre dell’Astrattismo Wassilij Kandinskij, sarà un caso? Bè ovvio, che discorsi ndr). Partendo dall’approccio riduzionista, Mondrian scompone i colori nei tre colori primari: giallo, blu e rosso. In questi ultimi dipinti non si concentra però solo su un’analisi scientifica degli elementi, ma vuole arrivare a rendere pulsante e vitale la “formula” da lui trovata. E qual è la prerogativa di una cosa viva o morta? Il movimento. Vecchio tarlo che da sempre ha contraddistinto la creazione artistica umana. Solo il movimento, suggerito, evocato o impresso, può portare alla percezione animata della realtà. Basti pensare al cinema che si sviluppa su un particolare meccanismo del nostro cervello chiamato di falsa persistenza retinica in cui si recepiscono in flusso continuo 24 immagini fisse montate in un secondo. 

 

Broadway Boogie Woogie, 1942-43

La sua visione spirituale si mostrava così una via fra arte e scienza, due facce della stessa medaglia, spesso separate ma profondamente in relazione fra loro.

Parola di Albert Einstein.

“Là, dove il mondo cessa di essere teatro (Schauplatz) di speranze, desideri e volontà personali; dove affrontiamo il mondo contemplandolo, ammirandolo, indagandolo, come creature libere; là noi entriamo nel dominio dell’arte e della scienza. Se ciò che è contemplato ed esperito si configura con il linguaggio della logica, pratichiamo la scienza; se è mediato da forme i cui nessi sono inaccessibili al pensiero cosciente, anche se riconosciuti intuitivamente come significativi, noi pratichiamo l’arte. Le accomuna l’amorevole devozione al superamento di ciò che è personale e al distacco dalla volontà”.