Street Art

Il restauro e l’eventuale musealizzazione della Street Art

Questo articolo non si propone di dispensare nozioni, quanto più di porre un problema, tuttora irrisolto ma a mio avviso molto interessante. La questione della conservazione e del restauro della Street Art può essere vista principiare nel 2003 con il simposio Mural Painting and Conservation in the America, appunto tenutosi negli Stati Uniti. Inizialmente la questione conservativa era affrontata prevalentemente dal punto di vista delle problematiche create dai materiali moderni utilizzati nella realizzazione di questi lavori e per i quali ancora non si è sviluppata una consolidata teoria del restauro.

Ad oggi, però, è sorta un’altra complicazione, ovvero il fattore della volontà dell’artista. 

Questi non sempre è favorevole ad un intervento di restauro, dal momento che la Street Art è considerata come una pratica artistica nata per essere effimera, per subire le modifiche del tempo pittore per poi distruggersi in un momento non precisamente definito, come una creatura che nasce, cresce e muore. La pratica del Writing, nata con le due guerre mondiali, ha visto il suo sviluppo nella New York della fine degli anni ’60 – inizio ’70 per poi arrivare in Italia negli anni ’80 ed infine evolversi globalmente in quella che ad oggi è comunemente chiamata Street Art. All’inizio degli anni 2000 appunto, quando ormai le opere di Street Art proliferavano in quasi tutte le città sia americane che europee, si è iniziato a pensare a come conservarle, in quanto ormai espressione di un movimento artistico assolutamente non trascurabile.

@peeta_ead per “Without Frontiers”, Lunetta (MN)

Parlando dei materiali utilizzati nell’ambito dell’arte urbana, è evidente che non siano quelli tradizionali che garantivano la durata nel tempo delle opere,  piuttosto nuovi materiali industriali, portati nel campo della pittura murale dai muralisti messicani e che si sono evoluti fino al 1994, quando la società Montana Color fu il primo marchio a produrre bombolette spray (inventate nel 1949) specificamente pensate per soddisfare le necessità degli artisti.

Negli anni, questo tipo di materiali hanno sviluppato infinite possibili combinazioni che, convivendo con gli agenti atmosferici, rischiano di condurre le opere verso un rapido degrado. In questi casi, ciò che pare necessario è sicuramente un intervento di restauro, che richiede però un fondamento sulle parole dell’artista. Avendo infatti spesso a che fare con artisti ancora viventi, è necessario sempre avere da loro stessi informazioni circa i materiali, le tecniche usate e cosa evitare per non snaturare l’opera e non rischiare che quest’ultima venga disconosciuta. Sempre sconsigliato però è che l’artista intervenga direttamente nelle operazioni di restauro delle sue opere, questo perché porterebbe a creare una dilatazione nella datazione del lavoro. Il fatto che sia l’artista stesso ad agire nuovamente sulla sua creazione, come dice Alessia Cadetti, “riaprirebbe il processo creativo del manufatto determinando la trasformazione dell’oggetto in qualcosa di nuovo”, e rischiando anche di trasformare il restauro in un rifacimento dell’opera.

@mrfijodor per “Without Frontiers”, Lunetta (MN)

Un problema non secondario, al quale accennavo prima, è proprio quello della volontà dell’artista riguardo ad eventuali opere di conservazione e restauro delle proprie creazioni. L’arte urbana nasce come effimera, nasce per essere realizzata sui treni o sui muri illegalmente, non per essere commercializzata o musealizzata, ma con lo scopo di trasmettere messaggi a chiunque avesse i mezzi per comprenderli per poi svanire, che fosse a causa degli agenti atmosferici o di qualcuno incaricato di cancellarle. Ancora oggi, legati alle origini, alcuni artisti persistono a non gradire che venga realizzato alcun intervento sui loro lavori, ma amano vederli invecchiare, finché il tempo non li spegne. Questo discorso viene applicato, prevalentemente, agli interventi di Street Art realizzati nell’illegale poiché ovviamente, nel momento in cui si ha la presenza di un committente pagante, il perdurare dell’opera nel tempo è necessario. In questi casi già l’artista tende ad approcciarsi al muro con vari protettivi e fissativi per garantire il mantenimento della sua composizione per almeno una decina d’anni, ed in più fornisce tutte le informazioni necessarie per poter approntare un restauro.

@corn79 per “Without Frontiers”, Lunetta (MN)

La poca propensione per gli interventi di restauro da parte degli artisti, va spesso di pari passo con l’avversione per la musealizzazione, ideali contrari ad ogni approccio storico artistico che ne è invece forte sostenitore.  Infatti anche la questione dell’esposizione delle opere di Street Art in un museo crea notevoli dibattiti, dal momento che gli artisti se ne oppongono con forza. I dipinti murali sono pensati per essere arte pubblica, quindi un tipo di arte visibile a tutti, in ogni momento e gratuitamente. Musealizzarli, dal punto di vista dell’artista, significherebbe privarli di questa loro pubblicità che invece, spesso, nell’ottica di uno storico dell’arte è sacrificabile per poter garantire una vita più lunga ad un’opera di valore.

Un esempio di quanto appena detto è riscontrabile nella mostra che si è tenuta nel 2016 a Bologna dal titolo “Street Art. Banksy & co. – L’arte allo stato urbano”. Per questa occasione, vennero staccati alcune opere di Blu dalle mura di una fabbrica prossima alla demolizione, per essere poi restaurate ed esposte in mostra. L’artista ha vissuto l’atto come un affronto tale da cancellare, nei giorni successivi, con una vernice grigia, tutte le altre sue opere presenti nel capoluogo.

@blu

Da una parte si è agito per salvare e tramandare delle opere importanti, dall’altra si è ignorato uno degli ideali dell’arte urbana. Dove sta il giusto in questo caso? Ai posteri (e a voi) l’ardua sentenza.