Arte contemporanea Interviste

Intervista a Stefan Milosavljevic – DULCE DE LECHE MUY AMARGO @THE FLAT MASSIMO CARASI, Milano

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Cosa è avvenuto recentemente nel panorama artistico di Milano? Nella suspence delle aperture e chiusure a singhiozzo dettate dal Covid 19, le gallerie del capoluogo lombardo sono riuscite ad accogliere i visitatori per qualche settimana. La mia insaziabile curiosità mi ha portata alla galleria The Flat Massimo Carasi dove, dal 4 febbraio al 20 marzo, si è tenuta la personale di Stefan Milosavljevic. Nell’articolo di oggi voglio condividere con voi la conversazione avuta con questo giovane artista promettente riguardo l’esposizione milanese, la sua pratica artistica e la sua storia.

Vista dell’esposizione. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

BIO: Stefan Milosavljevic (1992) nasce in Serbia a Smederevo, studia a Venezia prima all’Accademia di Belle Arti e poi alla IUAV. Si qualifica primo al Prize Frase Contemporary Art (2016) così come al Premio MAC Under 30: solo show nella project room del Museo d’Arte Contemporanea di Lissone nell’ambito dell’Arteam Cup (2016). Nel 2017 vince il Premio Speciale San Fedele, Milano e nel 2020 il COMBAT Prize per la sezione dedicata al disegno. Il suo Curriculum presenta mostre a Livorno (al Giovani Fattori Museum), Bologna (presso la Galleria Più), Venezia (alla Fondazione Bevilacqua La Masa), Torino (presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo), Lugano (alla Galleria Daniele Agostini), Lissone (al Museo di Arte Contemporanea) e Milano. Qui oltre che alla galleria The Flat Massimo Carasi, Milosavljevic ha esposto le sue opere presso Casa Testori e Galleria San Fedele.

Screwed Up But Remembered, 2021, Popper, cialis e tempera su tela. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

Veronica: Ciao Stefan, grazie per aver accettato di raccontarci delle tue opere. Iniziamo dal titolo Dulce de leche muy amargo ci spieghi il significato e a cosa si riferisce? 

Stefan: Ciao Veronica, grazie dell’interesse. Per quanto riguarda il titolo devi sapere che il dulce de leche è una crema spalmabile argentina la cui caratteristica è il sapore estremamente dolciastro. Una volta ingerita il nostro corpo risponde a questa dolcezza eccessiva trasformandola in un gusto amaro, come se ci volesse proteggere. Il primo istante è quello più ovvio, quello in cui si percepisce il sapore più immediato. Il secondo invece è quello che ci sorprende, ci si imbatte in qualcosa di inatteso che porta, appunto, all’amaro. È proprio da questo contrasto che si sviluppa la mostra. Dulce de leche muy amargo è infatti l’allegoria di quello che avviene in tutto il percorso espositivo: inizialmente ci si relaziona con una realtà apparentemente dolce e accattivante che però, successivamente, si scopre essere legata a temi più amari che sono ad essa sottesi.

Vista dell’esposizione: Installazione “Energetic Paradox – Selenite”, 2021, Ottone lamellare, sfera di cristallo di selenite traslucida. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: Ogni tuo lavoro è composto da venature autobiografiche: quando nasce Dulce de leche muy amargo e quando hai sentito la necessità di produrre un ciclo di opere su questo tema? Sono lavori legati alle vicende sociali recenti o principalmente a un excursus biografico?

S: Non si può sfuggire da quello che accade nel mondo e dalla sua contemporaneità. Sin da quando mi sono avvicinato all’arte ho prodotto lavori molto autobiografici, le mie prime opere lo erano molto di più ed erano estremamente esplicite. Questo, però, comportava il rischio che il fruitore non riuscisse ad entrare in contatto con l’opera in modo totalizzante, perché ovviamente non tutti abbiamo vissuto le stesse esperienze. Ho cercato quindi di ridurre fino all’osso i miei trascorsi per mantenerli presenti. Sono dell’idea che non posso permettermi di parlare di qualcosa che non ho esperito, di qualcosa che non sia autobiografico. Questa mostra è un’indagine su quelli che sono i temi a me più cari. Non c’era un momento preciso o prestabilito, quello che volevo fare era creare un ambiente nel quale aleggiasse una sensazione statica, suggerita dall’allestimento stesso. Questa staticità è qualcosa di velenoso ed è nata dalla situazione che abbiamo vissuto lo scorso anno e che stiamo vivendo. 

Vista dell’esposizione. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: Solitamente la tua pratica artistica autoetnografica si focalizza sulla centralità del tuo paese di origine: la Serbia. Per quali ragioni questa volta hai deciso di prendere come riferimento, come ci accennavi prima, l’Argentina?

S: Il titolo stesso riprende la mia passione per quelle tradizioni, quelle usanze o quei detti che appartengono a culture differenti che non hanno una traduzione soddisfacente nelle lingue con cui ci esprimiamo. Mi piace pensare che la globalizzazione non sia riuscita a corrompere queste specificità, trasformandole in superstiti che non vengono dimenticati. Riallacciandomi al passato, nella zona della Serbia da cui provengo c’è un consumo vastissimo di telenovelas argentine. Fino all’età di 10 anni le guardavo sempre in lingua originale con i sottotitoli, un po’ come avviene ora con le serie e i film inglesi, di fatto avevo quasi imparato una lingua nuova, era parte della mia quotidianità. Di questa lingua, di questa cultura argentina ora non ricordo pressoché nulla ma mi è rimasta impressa la sensazione che ho vissuto. La Serbia è un paese molto freddo da un punto di vista relazionale e di apertura mentale, però incorpora elementi inaspettati. Questo è un altro contrasto che ho voluto approfondire. Per questo cerco di oggettivare le mie esperienze: per poterle convertire al meglio concretamente e artisticamente parlando.

Particolare di “Energetic Paradox – Manganoan Calcite & Chalcedony”, 2021, Fiocchi di alluminio, sfera di cristallo rosa fluorescente di Manganoan Calcite e sfera di cristallo arancione Calcedonio. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: L’Argentina è quindi stata una novità tematica rispetto alle mostre che hai realizzato in passato. Questa presso la galleria The Flat Massimo Carasi è la prima esposizione che realizzi sul mondo LGBTQI+ staccandoti da quelli che sono i legami, precedentemente sempre presenti, con la guerra vissuta in Serbia. La consideri una parentesi artistica o un aspetto da continuare a sviluppare?

S: In realtà tendo a non cambiare in modo netto gli argomenti analizzati. Dietro alla comunità LGBTQI+ si cela il tema dell’identità: un fil rouge che collega tutte le mie opere. È un argomento macro-invisibile che racconto tramite piccoli aspetti, elementi e particolarità. I primissimi lavori che avevo realizzato erano delle cartine geografiche, della Serbia dagli anni ‘60 in poi, su cui applicavo un vetro che trattavo rendendolo lievemente opaco. Osservando queste immagini, che diventavano soffuse, ci si confrontava con le idee di identità e di appartenenza ad un luogo. Già da ragazzino ero consapevolmente attratto dal genere maschile ma nel mio paese questo non poteva essere accettato. Figurati che io provengo da un piccolo villaggio di mille abitanti, quindi, è ancora peggio! Fino a 7 anni mi vestivo da ragazzina e portavo i capelli lunghi. Avevo quasi, esteriormente parlando, cambiato genere. Questo mi permetteva di essere me stesso e di essere omosessuale senza andare contro la comunità. Per loro era più facile accettare le mie apparenze femminili piuttosto che vedere un ragazzino attratto da altri dello stesso sesso. Se ci pensi è assurdo che sia più accettato il fatto che una persona possa cambiare le proprie apparenze piuttosto che semplicemente dire che è omosessuale. La cultura della Serbia è sempre stata basata sull’apparenza, quello che io dovevo e devo fare come artista è il contrario. Io devo utilizzare la sfera più intima ed emotiva ed esternarla.

Vista dell’esposizione. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: Le tue tele in mostra vedono l’utilizzo della pittura ma non in senso convenzionale. Ad essa unisci degli agenti chimici, la cui storia è legata al mondo ricreativo del sesso, e poi vi agisci tramite una rimozione fisica attraverso la quale il tuo corpo entra integralmente nell’opera. Ci racconti più nel dettaglio questa pratica?

S: Io non sono un pittore e non lo sarò mai, queste tele le considero dei pannelli che sono il risultato di un processo, quasi una sorta di performance, che è avvenuto nel mio studio e si è poi formalizzato. Ho scelto di utilizzare le tempere, che non sono così frequenti nell’arte contemporanea, per la loro praticità. Infatti, di solito sono indicate per i bambini perchè si asciugano velocemente, sono colori molto saturi, si lavano facilmente e sono soddisfacenti. A queste tempere ho unito due sostanze che sono il cialis sbriciolato (che solitamente è sotto forma di compressa e serve per l’erezione) e il popper (che invece è un liquido in boccetta di cui vengono respirati i vapori che portano a uno stato di euforia). Quando vengono utilizzati insieme se abusati, neanche di molto, possono essere fatali perché costringono il cuore a lavorare in due modalità opposte. Questo duplice aspetto di intrattenimento e di morte va di pari passo con il tema della mostra stessa e con queste tele. Il passaggio finale è il mio ingresso fisico nella tela. Poco prima che la tempera si asciugasse del tutto ho cercato di pulirle con l’acqua, da questo gesto derivano le forme circolari. La tela è di una dimensione tale da non poterla pulire con un solo braccio, per farlo devo abbracciarla ed entrarvi fisicamente. Questo che ti ho raccontato è un processo di costruzione e rimozione, presente anche nella serie Energetic Paradox: delle installazioni con polveri di metallo che derivano dalla distruzione di oggetti preesistenti. Queste schegge di metallo entrano in contatto con delle sfere di pietre naturali utilizzate nei processi spirituali e meditativi.

Particolare di “Energetic Paradox – Selenite”, 2021, Fiocchi di ottone, sfera di cristallo di selenite traslucida. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: Nei tuoi cicli di opere precedenti i colori rimandano a quelli dei fuochi d’artificio, alludendo al loro ruolo bellico che hai esperito in prima persona in Serbia. Qui invece i colori richiamano l’arcobaleno, simbolo della realtà LGBTQI+. Le loro tonalità sono vibranti e pastello e in alcuni casi provengono da pennarelli e da tempere che tu stesso usi. Ci spieghi la scelta di questa allusione al mondo infantile? 

S: I fuochi d’artificio e l’arcobaleno hanno in comune il loro breve tempo di consumo, sono fugaci ed effimeri. Spesso da bambini si credono dei fenomeni magici ma in realtà crescendo si viene a conoscenza della loro natura scientifica. Dei fuochi d’artificio si vede la distruzione e la materia che brucia, dell’arcobaleno si percepisce l’illusione ottica dei raggi solari che colpiscono le goccioline d’acqua. A me interessava romanzare questi elementi dalla vita breve. Quando in Serbia ci sono stati i bombardamenti della NATO io avevo 6 anni e vedevo le bombe nel cielo che sembravano dei fuochi d’artificio. Eravamo bambini e i nostri genitori ci raccontavano questa storia per rassicurarci ma avevamo il presentimento che non fosse vero, sapevamo che con i fuochi d’artificio le finestre non si frantumano. Quello che stava accadendo era che, io e gli altri bambini, stavamo vivendo la vita degli adulti ma non ne potevamo parlare, non avevamo i mezzi per farlo. Adesso invece posso raccontarlo e continuerò a farlo, ecco perché mi riferisco così spesso al mondo infantile.

Serie “Arcobaleno interrotto”, 2020, pennarelli e testosterone su carta. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: All’interno della mostra hai presentato altre due sculture, dove gli elementi centrali sono il vetro e il marmo di recupero, anch’esse caratterizzate da un legame di contrasto dualistico. Quali significati attribuisci a questi materiali? 

S: Heart of Glass e Sweet Symmer Sweat sono due opere realizzate utilizzando due sacchetti prodotti da Ikea per sostenere la realtà LGBTQI+. I sacchetti servivano originariamente per fare la spesa e venivano portati in giro, io volevo bloccare questa idea di movimento tornando al concetto di staticità. Così li ho riempiti con questi due materiali che, per quanto opposti, comportano lo stesso rischio: nessuno dei due sacchetti può essere sollevato o spostato senza comportare un atto di rottura. In Heart of Glass quello che si frantumerebbe sarebbe il vetro dei vasi stessi, nel caso di Sweet Symmer Sweat sarebbe invece il sacchetto a soccombere sotto il peso dei blocchi di marmo. Qualsiasi azione tu voglia compiere è fallimentare. Tutti i vetri e tutti i marmi sono elementi di recupero. I marmi nella fattispecie provengono da tombe smantellate o da costruire, alludendo al tema della morte che aleggia in mostra. Uno dei vasi di vetro, invece, ha 50 anni e apparteneva a una signora che si era appena sposata. La fragilità e la pesantezza sono qui in un rapporto di complementarità per rappresentare quelli che sono i diritti della realtà LGBTQI+ in Italia. Siamo ancora troppo fragili e siamo posti quasi in contrasto con gli eterosessuali perché non godiamo assolutamente delle stesse opportunità.

Sweet Summer Sweat, 2021, LGBTQI + borsa promozionale limitata, Diverse dimensioni e forme di 42 pezzi di marmo usati. Cuore di vetro, 2021, LGBTQI + borsa promozionale limitata, diverse dimensioni e forme di vasi in vetro colorato. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

V: Parlando della tua vita, hai vissuto due mondi e due realtà nettamente differenti: prima la guerra in Serbia e poi il capitalismo in Italia. Quando hai sentito l’urgenza di trasformare in arte le vicende che hai esperito sin da bambino e cosa ti ha spinto a scegliere la sensibilità concettuale come modalità espressiva?

S: Quello che faccio con la mia arte è raccontare la realtà come testimone di quello che mi è accaduto. La mia strada mi ha portato a riflettere sull’aspetto del superfluo e del lascivo. Le cose che paiono superficiali e frivole in realtà sono state costruite secondo un’esigenza, poi successivamente sono diventate inutili. Piuttosto che rappresentare un’immagine io voglio suggerire una sensazione. Avevo questa esigenza di andare fino in fondo, di tornare all’osso della questione. Non mi sembra di avvalorare un lavoro quando lo arricchisco da un punto di vista estetico. Credo che un’apparenza molto semplice possa comunicare di più e a un numero più vasto di persone. Spesso l’aspetto estetico rischia di essere predominante e, per quanto dietro di esso si celino temi importanti, è come se tutta la restituzione si fermasse all’apparenza. L’elemento estetico è per me un mezzo per esprimermi ma non è lo scopo finale a cui ricongiungermi, preferisco lavorare su un’estetica dell’utilità piuttosto che su un’estetica della bellezza.

No Calls Out Before The End, 2021, Popper, cialis e tempera su tela. Free Acid Free, 2021, Popper, cialis e tempera su tela. Humble Hot Whore, 2021, Popper, cialis e tempera su tela. Courtesy Stefan Milosavljevic e The Flat-Massimo Carasi, Milano.

 

English Version:

 

What has happened recently on the Milanese art scene? In the midst of the suspense of hiccuping openings and closures dictated by Covid 19, the galleries of the Lombard capital managed to welcome visitors for a few weeks. My insatiable curiosity led me to The Flat – Massimo Carasi gallery where Stefan Milosavljevic’s solo exhibition ran from February 4th and March 20th. In today’s article, I want to share my conversation with this promising young artist and his thoughts on the Milan exhibition, his artistic practice and his story.

 

BIO: Stefan Milosavljevic, born in 1992 in Smederevo, Serbia, studied in Venice, first at the Academy of Fine Arts and then at the IUAV. He won the Frase Contemporary Art Prize (2016) as well as the Prize MAC Under 30: with a solo show in the project room of the Museum of Contemporary Art in Lissone as part of the Arteam Cup (2016). In 2017 he won the Premio Speciale San Fedele, Milan and in 2020 the drawing category of the COMBAT Prize. His curriculum includes exhibitions in Livorno (at the Giovani Fattori Museum), Bologna (at the Galleria Più), Venice (at the Fondazione Bevilacqua La Masa), Turin (at the Fondazione Sandretto Re Rebaudengo), Lugano (at the Galleria Daniele Agostini), Lissone (at the Museo di Arte Contemporanea) and Milan. In addition to The Flat Massimo Carasi gallery, Milosavljevic has exhibited his works at Casa Testori and Galleria San Fedele.

 

Veronica: Hi Stefan, thanks for taking the time to tell us about your work. Let’s start with the title Dulce de leche muy amargo, what does it mean and what does it refer to?

Stefan: Hi Veronica, thanks for your interest. Regarding the title, you should know that dulce de leche is an Argentinian spread cream whose characteristic is its extremely sweet taste. Once ingested, our bodies respond to this excessive sweetness by turning it into a bitter taste, as if to protect us. The first moment is the most obvious, the one in which the immediate characteristic of the flavour is perceived. The second is the moment that surprises us, we come across something unexpected that leads to bitterness. It is from this contrast that the exhibition develops. Dulce de leche muy amargo is in fact an allegory of what happens throughout the exhibition: at first, we are confronted with an apparently sweet and appealing reality which, however, later turns out to be linked to more bitter underlying themes.

V: All your works have autobiographical overtones: when did Dulce de leche muy amargo come about and when did you feel the need to produce a cycle of works on this theme? Are these works related to recent social events or mainly to a biographical excursus?

S: One cannot escape from what is happening in the world and its contemporaneity. Ever since I approached art, I have produced very autobiographical works, with my early works being even more self-referenced and extremely explicit. However, this entailed the risk that the viewer would not be able to come into contact with the work in an all-embracing manner, because obviously not all of us have had the same experiences. I have therefore tried to reduce my background to the bare bones in order to keep it present. I am of the opinion that I cannot allow myself to talk about something that I have not experienced, something that is not autobiographical. This exhibition is a survey of the themes that are most dear to me. There was no precise or pre-established moment, what I wanted to do was to create an environment in which there was a static feeling, suggested by the installation itself. This immobility is something that is toxic, and was born out of the situation we began to experience last year and are still experiencing now.

V: Usually your auto-ethnographic art practice focuses on the centrality of your country of origin: Serbia. Why did you decide to take Argentina as a reference this time, as you mentioned before?

S: The title itself reflects my passion for those traditions, customs or sayings that belong to different cultures that do not have a satisfactory translation in the languages with which we express ourselves. I like to think that globalisation has not succeeded in corrupting these specificities, turning them into survivors who cannot be forgotten. Going back to the past, in the area of Serbia where I come from there is a huge consumption of Argentinean telenovelas, or soap operas. Until I was 10 years old, I watched them in the original language with subtitles, a bit like what happens now with English series and films. I had actually nearly learnt a new language, it was part of my everyday life. I remember almost nothing of this language, this Argentinean culture, but the sensation I experienced has stayed with me. Serbia is a very cold country from a relational and open-minded point of view, but it incorporates unexpected elements. This is another contrast I wanted to explore. That is why I try to objectify my experiences: in order to be able to convert them in a practical and artistic way.

V: Argentina was therefore a thematic novelty compared to the exhibitions you have done in the past. This exhibition at The Flat – Massimo Carasi gallery is the first to focus on the LGBTQI+ world, breaking away from the previously ever-present ties to the war in Serbia. Do you consider it an artistic interlude or an aspect to be further developed?

S: Actually, I tend not to change the topics analysed in a clear-cut way. Behind the LGBTQI+ community lies the theme of identity: a thread that connects all my works. It is a macro-invisible subject that I tell through small aspects, elements and particularities. The very first works I made were geographical maps of Serbia from the 1960s onwards, on which I applied glass and treated it with a slight matting. Observing these images as they became blurred, one was confronted with ideas of identity and belonging to a place. Even as a young boy I was consciously attracted to the male gender but in my country this could not be accepted. I come from a small village of a thousand inhabitants, so it’s even worse! Until I was 7 years old I dressed like a girl and wore my hair long. I had almost, outwardly speaking, changed gender. This allowed me to be myself and to be homosexual without going against the community. It was easier for them to accept my feminine appearances than to see a boy attracted to others of the same sex. If you think about it, it is absurd that it is more accepted that a person can change his appearance than simply saying that he is homosexual. The culture of Serbia has always been based on appearance; what I had to do and must do as an artist is the opposite. I have to use the most intimate and emotional sphere and express it.

V: Your canvases in the exhibition use painting but not in a conventional sense. You combine it with chemical agents, whose history is linked to the recreational world of sex, and then you act on it by means of a physical removal through which your body enters the work in its fullness. Can you tell us more about this practice?

S: I am not a painter and never will be, I consider these canvases to be panels that are the result of a process, almost a sort of performance, that took place in my studio and was then formalised. I chose to use tempera, which is not so common in contemporary art, because of its practicality. Tempera colours are usually recommended for children because they dry quickly and are easy to wash, create bright, saturated colours, and are satisfying. I have added two substances to these temperas: crumbled cialis (which is usually in tablet form and is used for erection) and poppers (which are liquids in bottles, the vapours of which are inhaled to bring about a state of euphoria). When used together if abused, not even by much, they can be fatal because they force the heart to work in two opposite modes. This dual aspect of entertainment and death goes hand in hand with the theme of the exhibition itself and these canvases. The final step is my physical entrance into the canvas. Just before the temperas dried completely, I tried to clean them with water: the circular shapes derive from this gesture. The canvas is of such a size that I cannot clean it with one arm, so I have to embrace it and enter it physically. What I have told you is a process of construction and removal, which is also present in the Energetic Paradoxseries: installations with metal powders resulting from the destruction of pre-existing objects. These metal flakes come into contact with natural stone spheres used in spiritual and meditative processes.

V: In your previous cycles of works, the colours are reminiscent of fireworks, a reference to their warlike role, which you experienced first-hand in Serbia. Here, however, the colours are reminiscent of the rainbow, the symbol of the LGBTQI+ reality. Their shades are vibrant or pastel, and in some cases are made by markers and tempera paints that anyone can use. Could you explain the choice of this allusion to the world of children?

S: Fireworks and the rainbow have in common their short consumption time, they are fleeting and ephemeral. Often, as children, we believe they are magical phenomena, but as we grow up, we learn about their scientific nature. In the case of fireworks, one sees the destruction and burning of matter; in the case of rainbows, one perceives the optical illusion of the sun’s rays hitting the water droplets. I was interested in romanticising these short-lived elements. When NATO bombed Serbia, I was six years old and I could see the bombs in the sky that looked like fireworks. We were children and our parents used to tell us this story to reassure us, but we had the feeling that it wasn’t true, we knew that with fireworks, windows don’t shatter. What was happening was that the other children and I were living the lives of adults, but we couldn’t talk about it, we didn’t have the means to do so. But now I can tell and will continue to tell, which is why I refer so often to the world of children.

V: In the exhibition, you presented two other sculptures, where the central elements are recycled glass and marble, also characterised by a dualistic contrast bond. What meanings do you give to these materials?

S: Heart of Glass and Sweet Summer Sweat,t are two works created using two bags produced by Ikea to support the LGBTQI+ reality. The bags were originally used for shopping and were carried around, and I wanted to stop this idea of movement by returning to the concept of stillness. So, I filled them with these two materials which, although opposite, carry the same risk: neither bag can be lifted or moved without causing an act of breaking. In Heart of Glass, it is the glass of the vases that would shatter, while in Sweet Summer Sweat, it is the bag that would succumb to the weight of the marble blocks. Any action you want to take is a failure. All the glass and marble are recycled materials. The marbles in this case come from dismantled tombs or tombs to be built, alluding to the theme of death that hovers over the exhibition. One of the glass vases, on the other hand, is 50 years old and belonged to a lady who had just got married. Fragility and heaviness are here in a complementary relationship to represent the rights of the LGBTQI+ reality in Italy. We are still too fragile and are placed almost in contrast to heterosexuals because we do not enjoy the same opportunities at all.

V: Talking about your life, you have lived in two distinctly dierent worlds and realities: first the war in Serbia and then capitalism in Italy. When did you feel the urge to turn the events you experienced as a child into art and what made you choose conceptual sensitivity as a mode of expression?

S: What I do with my art is to tell the reality as a witness of what happened to me. My path has led me to reflect on the aspect of the superfluous and the lascivious. Things that seem superficial and frivolous have actually been built according to a need, then later become useless. Rather than representing an image I want to suggest a feeling. I had this need to get to the bottom of it, to get back to the heart of the matter. I do not feel that I am enhancing a work when I enrich it from an aesthetic point of view. I believe that a very simple appearance can communicate more and to a larger number of people. Often the aesthetic aspect is in danger of being predominant and, although there are important themes behind it, it is as if the whole rendering stops at appearance. The aesthetic element is a means of expression for me, but it is not the ultimate goal to which I can return, I prefer to work on an aesthetic of utility rather than an aesthetic of beauty.