Divulgazione d'arte

Le rappresentazioni del maligno – Il male assoluto o angelo caduto?

Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera

Johann Wolfgang von Goethe

 

Laddove emerge luminosità – fisica o metaforica – esistono ombre e oscurità. In presenza dell’una non possono mancare le altre (e viceversa). E così nella religione, nella società e nell’arte laddove esistono luci non possono mancare ombre e, quest’ultime, valorizzano le prime.

Se l’Arte serve anzitutto per guardarsi dentro, pubblico ed artisti sono da sempre affascinati dalla figura di Lucifero (letteralmente “portatore di luce”), sintesi di quell’eterna lotta fra luci e ombre che è dentro ognuno di noi.

Quali declinazioni hanno dato gli artisti nel corso dei secoli ad una dicotomia così oscura ed affascinante al tempo stesso?

Nel Medioevo la Chiesa capì l’importanza delle immagini in quanto la maggior parte della popolazione era analfabeta. Per questo motivo il clero decise di utilizzare a proprio favore la pittura, come arma di propaganda. Le immagini assunsero valore didattico e servivano per educare e informare secondo i principi ecclesiastici. Secondo questi scopi la rappresentazione del Diavolo era fondamentale. La sua raffigurazione era un’opposizione ai connotati umani e divini. La diversità era alla base dell’iconografia di Satana, il quale veniva disegnato mostruoso e con forme esagerate. Ma non è tutto: in alcuni dipinti sono presenti anche i peccatori, tormentati nell’Inferno, per far capire cosa succede a chi non segue Dio. Il fine era impressionare, spaventare e portare dalla parte della Chiesa, dal lato del buono e del bello, come si può vedere in questo affresco di Giotto.

Giotto, “Giudizio universale” (particolare)        1304–06, Cappella degli Scrovegni – Padova

 

Successivamente la raffigurazione del Diavolo diventò mostruosa e animalesca. Gli animali che venivano legati alla sua figura erano i serpenti, i pipistrelli, i gatti, i lupi e i caproni. In questo periodo si creano gli attributi comuni di Satana come la coda, le orecchie da animale, la barba da caprone, gli artigli, le corna, le zampe da capra, le ali piumate o da pipistrello. Anche i colori erano fondamentali per evidenziare la sua natura maligna e per questo venivano presi in considerazione il nero, il blu, il viola e in un secondo momento il rosso, considerato “colore diabolico” perché associato alle fiamme dell’Inferno e al sangue.

Evento importante per la rappresentazione del Diavolo — e non solo — fu la pubblicazione della Divina Commedia di Dante Alighieri, un’opera che contribuì ad instillare timore di Lucifero attraverso raffigurazioni che inducessero a non compiere il male.

Dal 1300 al 1400 ci sono rappresentazioni simili a quelle di Giovanni da Modena, Beato Angelico, Giotto. Gli artisti dovevano trasmettere un messaggio legato alla Chiesa.

Raffigurazione bizzarra — soprattutto considerando il periodo storico — ma, sotto alcuni aspetti non lontana da quella degli altri pittori medievali è sicuramente quella di Bosch nel Giardino delle delizie.

Bosch, “Giardino delle delizie” (1480-       90). Museo del Prado – Madrid

 

Durante il Rinascimento il Diavolo era spesso rappresentato in modo non facilmente visibile o attraverso dei piccoli dettagli che cambiavano il senso della raffigurazione. I grandi artisti del Rinascimento evitavano di disegnare il Diavolo unicamente per mandare un messaggio alla classe popolare — come nel Medioevo — ma preferivano inserirlo in modo più “sottile”.

Lo stesso concetto, ma sicuramente più evidente, è presente nel Giudizio Universale di Luca Signorelli dove viene immortalata la figura dell’anticristo. Lucifero mette il braccio dentro il mantello del finto Cristo e l’artista rappresenta un’illusione in cui non si capisce se il braccio sia del Cristo o del Diavolo.

Luca Signorelli, “Giudizio   Universale” – parte dell’affresco     (1501). Cappella di San Brizio,               Duomo di Orvieto

 

Nel periodo del Barocco Lucifero assume un’immagine più umana e si distacca dalla figura mostruosa del passato: Satana diventa sensuale, un bellissimo angelo e, per distinguerlo dagli altri “angeli buoni” venivano posti dei dettagli come gli artigli o i denti sporgenti.

Importante in questo periodo storico è la pubblicazione de Il Paradiso Perduto di Milton nel 1667 (chiamato anche “La Divina Commedia anglosassone”): il personaggio principale è l’Angelo caduto, Lucifero per l’appunto. Viene descritto come un essere ambizioso e orgoglioso che sfida Dio e, nella guerra contro il Paradiso, venne sconfitto e fatto precipitare verso la terra. Lucifero è un eroe che lotta per i propri obiettivi, un Angelo astuto e intelligente. L’opera di Milton ha influenzato l’immaginario luciferino, portando a una rappresentazione più a tuttotondo e più vicina all’uomo con significato etico.

William Hogarth, “Satana, Colpa e Morte”                                     (1740)

 

Satana, Colpa e Morte è un’opera di Hogarth del 1740 e uno dei primi dipinti ispirato a Il Paradiso Perduto di Milton. Il personaggio femminile si chiama Colpa, il personaggio maschile “umano” è Morte, il quale cerca di fermare Lucifero, che vuole passare nel regno dei vivi. Colpa cerca di fermare gli altri due sostenendo che Morte sia suo figlio, avuto da Lucifero. L’argomento fondamentale dell’opera è la parentela delle forze del male.

L’Illuminismo, dal canto suo, rifiuta qualsiasi religione rivelata, in particolare il Cristianesimo, che è ritenuto l’origine degli errori e della superstizione. Da questo periodo Lucifero avrà sempre meno spazio e la sua figura verrà ridicolizzata. Con la Rivoluzione Francese il demonio entra nella sfera umana e viene spesso umanizzato. Importante fu l’opera di Goethe del 1808, Faust, in cui il protagonista stringe un patto con Mefistofele (Lucifero) e inizia con lui un viaggio alla scoperta dei piaceri del mondo.

“Il dottor Faust e Mefistofele”,            disegno di Tony Johannot

 

Le rappresentazioni di Lucifero sono basate, in questo periodo, su una figura eroica di ribellione contro l’autorità patriarcale, sulla malinconia umana e non è più un’entità terribile: al contrario se ne ribadisce un’essenza fondamentalmente umana, al pari della compresenza in ognuno di noi di luci-ombre.

Sotto questa chiave di lettura l’umanizzazione di Lucifero sarebbe stata nuovamente maturata e riportata alla luce nell’arte del Novecento: un esempio è Franz von Stuck, il quale nella sua opera Lucifero rappresenta il lato umano del personaggio in un momento di meditazione. Così l’artista riesce ad unire i sentimenti umani, come la malinconia, con la figura del “Signore del Male” per eccellenza… ma ne siamo davvero così sicuri?

Franz von Stuck, “Lucifero” (1890)         National Gallery for Foreign Arte – Sofia

 

Coi primi decenni del Novecento e con l’affermarsi delle cosiddette Avanguardie l’Arte cessa di essere esclusivamente narrativa, legata cioè alla necessità di raccontare storie e stili già canonizzati, ma diventa più concettuale: sotto questa visione, dunque, Lucifero non più essere rappresentato come figura fine a sé stessa o protagonista di storie del passato, piuttosto deve divenire emblema di qualcos’altro, ovvero tutto ciò che ha sempre racchiuso in sé come il Male assoluto, la violenza, la follia.

Questo concetto riflette il terrore che la società moderna ha delle persone, non di Lucifero. Come se questo ultimo “abitasse” in diversi cittadini che fanno cose sbagliate o cattive. Questo non vuol dire che il diavolo non spaventi ma, nella società contemporanea, fa paura l’idea che possa mutare forma.

“Se il diavolo non esiste ma l’ha creato l’uomo, credo che egli l’abbia creato a propria immagine e somiglianza.”, ci ricorda Dostoevskij. Su questa falsariga sembra potersi inserire l’opera L’ange du foyer di Max Ernst (1937): incentrata su una condanna implicita alla Germania nazista, la figura protagonista ha la forma proprio di una svastica (il Male assoluto visto retrospettivamente) e la prorompenza distruttiva rappresenta l’avanzare degli ideali e delle truppe di Hitler e suoi sodali.

Max Ernst, “L’ange du foyer” (1937)

 

Con l’approssimarsi del XXI secolo il mondo contemporaneo enfatizza ancor di più l’idea che Lucifero sia ormai mutato e s’incarni nelle nefandezze delle persone: uno dei filoni più significativi del contemporaneo rimane quello della performance/Body Art, reso ancor più celebre dalla sua “madrina” l’artista serba Marina Abramović. Famosa la sua performance “Balkan Baroque” del 1997, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia di quell’anno: un vero schiaffo al mondo occidentale, cieco, che finge di non accorgersi degli orrori causati dalla guerra in Jugoslavia. Compito dell’artista è la denuncia per metafore, per immagini forti “a lungo termine”, senza esprimere opinioni, ma piuttosto regalando una visione personale.

Come a mondare il suo popolo dalle colpe di cui si va macchiando, l’artista passa sei ore al giorno, per tre giorni, a disossare brandelli di carne da ossa accatastate nei sotterranei del padiglione Montenegro della Biennale.

Una performance che logora chi la propone e lascia sconvolto chi la osserva; tra litanie e lamenti, alle spalle dell’artista si susseguono interminabili video che celebrano il suo legame con un paese diviso da terribili guerre. Immagini evocative, a volte forti, crude, ma sempre cariche di spiritualità.

Un’arte di denuncia. Denuncia tramite il proprio corpo, sul proprio corpo.

Marina Abramović, “Balkan Baroque”                         Biennale  di Venezia, 1997

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