Arte contemporanea, Mostre

“Archeologia della materia” o il potere dell’arte

Il grande critico, partigiano e antifascista (è utile sottolinearlo in prossimità del 25 aprile), Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987) sosteneva che lo spazio esterno a un’immagine è da intendersi non solo come parte integrante dell’opera ma addirittura come condizione necessaria e imprescindibile sia per la sua produzione che per la sua ricezione. Oggi questa frase si connota, a mio avviso, di un’ulteriore valenza. Nell’era dell’iperconnessione digitale pensare l’opera per uno spazio preciso e fruirne in quel preciso spazio, è di certo uno degli elementi più rivoluzionari e provocatori possibili per un artista. In un’epoca in cui le immagini circolano decontestualizzate, azzerate e innocue sui social, l’unico rimedio per l’arte, afferma provocatoriamente Claudio Parmiggiani, non è il circo mediatico quanto l’oblio (dal latino -ob, verso e -liv- oscurarsi). Per far sì che l’opera d’arte si alimenti nell’oblio, nell’ oscuro, nella dimenticanza quindi, occorre che un altro elemento sia illuminato per contrapposizione. Potrà risultare banale, ma non esiste ombra senza luce. E la luce, che per metafora si sta intendendo quell’arte spettacolare, che punta alla risonanza mediatica, quell’arte cioè che è sotto i riflettori, negli ultimi anni ha cambiato aspetto. Non è più come poteva essere negli anni ’60 quell’arte che si definiva contesto o cornice istituzionale in cui veniva infiocchettato il prodotto culturale alto-borghese. Basti pensare al gruppo BMPT di Parigi che fece una vera e propria lotta contro il contenitore ufficiale dell’arte. 

Una veduta di Spazio Neutro, Reggio Emilia

Oggi a distanza di 60 anni la situazione è inverosimilmente cambiata. La cornice istituzionale, lo spazio illuminato non è quello delle istituzioni ma quello dei social. In questo ultimo anno persino le più grandi istituzioni sono dovute entrare in questo mondo pur di sopravvivere e questo dimostra una forte crisi interna. Già era stata premonitrice Comedian (2019) di Maurizio Cattelan, più comunemente conosciuta come la banana, in cui l’opera non venne istituzionalizzata direttamente dal sistema museale, ma prima a livello mediatico e poi dopo più di un anno dal Guggenheim di New York. La reazione a questo stratagemma non può che essere l’oblio. Non può che essere agire all’oscuro, fare si che delle proprie opere ci sia un percorso lento, inesorabile e dimenticato, non immediato, funambolico e bulimico. Questa voglia di sfuggire dal contesto istituzionale e di rompere le catene da quei riflettori, che posano le proprie fondamenta in quella che Guy Debord definiva come “La società dello spettacolo” (1967), l’ho notata presso Spazio Neutro, a Reggio Emilia, un nuovo spazio indipendente in cui sei vetrine dimenticate e posizionate lungo un passaggio commerciale in pieno centro storico sulla via Emilia, diventano luogo d’arte. 

Una veduta di Spazio Neutro, Reggio Emilia

Il primo cortocircuito che si viene a creare riguarda il rapporto opera-spettatore-spazio. L’opera viene fruita nella distrazione quotidiana non più in un contenitore apposito che la istituzionalizza. Lo spazio, neutro, in quanto non interagisce con la consueta cornice dei musei, delle gallerie e delle fiere, esce così dai soliti schemi dell’arte contemporanea in cui l’opera viene valorizzata e consacrata nel non-mercato dell’arte in base a quei 4 fattori che distinguono l’opera da un bene di consumo: rarità, autenticità, originalità e unicità. In questo caso lo spazio non vuole dare una spiegazione immediata di quello che si sta assistendo, anzi, vuole far passare in sordina (nell’oblio) l’opera d’arte. Non tutte le persone che attraversano questo spazio si possono considerare visitatori, dal momento che moltissimi passanti non si accorgono dell’esistenza di una “mostra d’arte contemporanea”. Il loro sguardo rimane inconsapevole (d’altro canto in contesti ben più spettacolari si spaccia per arte cose che sono in realtà alla stregua di giostre da Luna Park, in cui il visitatore ha la consapevolezza di un passante). A riprova del fatto che “Cest le regardeur qui fait l’oeuvre” (Marcel Duchamp), noi assistiamo a una mostra di arte contemporanea solo nel caso in cui questa informazione sia arrivata al nostro cervello. 

Una veduta di Spazio Neutro con in primo piano un’opera di Caterina Morigi della mostra “Archeologia della materia”

Se ci arriva questa informazione, sia ex-ante che ex-post, la passeggiata inconsapevole per le vie di un centro storico diventa cosciente e non si può far altro che fermarsi anche solo per un’istante in più. E’ in questo fermarsi l’arte. E’ in questo rallentamento motorio la percezione dell’arte. Percezione che, varia a seconda dell’osservatore. Gli neuroscienziati parlano di diverso stimolo dell’ippocampo davanti a un’opera d’arte, ovvero di quella parte del nostro sistema nervoso dedita al richiamo dei ricordi e della memoria. Se ci si ferma e si reputa quello che si sta vedendo come arte, il passante inconsapevole si equipaggia di uno sguardo consapevole e la nostra percezione della realtà cambia. A dimostrazione di questo fatto se noi stessimo andando in monopattino o in bicicletta o comunque non ci accorgessimo di quello che abbiamo di fronte non attiveremmo nessun richiamo cosciente, nessuno stimolo dell’ippocampo. 

Una veduta di Spazio Neutro con in primo piano un’opera di Caterina Morigi della mostra “Archeologia della materia”.

Ecco il potere dell’arte. Il potere di renderci attivi e partecipi di quello che sta accadendo. Nel momento in cui ci si accorge che siamo dinanzi a un’opera d’arte, rielaboriamo quegli oggetti e il contesto, e il nostro sguardo si fa attivo, non più passivo, come invece sarebbe stato se avessimo assistito a una vetrina di beni di consumo. Semir Zeki già parlava di visione come di un processo attivo e non passivo e in questa sede la nostra mente è chiamata a partecipare attivamente. Una volta che lo spettatore si accorge che quelle vetrine sono collocate per un fine artistico ecco che nasce la magia dell’arte. E allora ci fermiamo, ascoltiamo e dialoghiamo con quello spazio. Il nostro vedere diventa osservare e, come se fossimo entrati al cinema, si spengono le luci, la sala diventa buia, e il nostro sguardo viene catapultato in una dimensione altra, in quella della finzione, dell’immaginario, dell’arte. 

Una veduta di Spazio Neutro con in primo piano un’opera di Caterina Morigi della mostra “Archeologia della materia”

Proprio su questo rapporto opera-spettatore-spazio indaga la mostra Archeologia della materia di Caterina Morigi (Ravenna, 1991). L’attenzione non viene solamente posta sull’opera d’arte in sé ma anche sul contesto extra-istituzionale e sul dialogo con lo spettatore. Morigi espone insieme 53 frammenti di pietra naturale, potremmo dire ready-made (dalla natura), e specularmente altre 53 copie in porcellana modellate dall’artista, insieme ai maestri e agli artigiani dell’Istituto Caselli-Real Fabbrica di Porcellana di Capodimonte. Così facendo l’indagine nasce proprio dall’ontologia linguistica dell’opera d’arte, in particolare sul rapporto originale e copia, presentazione e rappresentazione, realtà e finzione, natura e arte.

Caterina Morigi – “Archeologia della materia”

L’arte da sempre ha visto nella natura il suo alterego, ora una forza su cui fare affidamento, ora un motivo per evadere. Qui la natura viene posta in similitudine con l’arte come se fossero due gemelli, in apparenza. Paracelso nell’Opus Piramirarum (1562) sostiene che quello che si potrebbe definire come il raddoppiamento dell’opera si possa paragonare all’immagine di due gemelli “che si somigliano perfettamente, senza che alcuno sia in grado di dire quale dei due abbia portato all’altro la propria similitudine”. Ed è proprio in questo rapporto ambiguo che ruota tutta l’opera della Morigi, dal momento che l’illusione della realtà diventa realtà. Al fruitore attento non viene data la possibilità di trovare una risposta immediata e distinguere in maniera netta, il vero dal falso dal momento che proprio l’identità del vero e quella del falso vengono accostate come forza generatrice dell’opera d’arte. A riprova del fatto, che come sostiene Michel Foucault (che si è ben occupato di archeologia, del sapere) inLes mots et les choses(1966): “L’identità delle cose, il fatto che possono somigliare alle altre e accostarsi fra loro senza sommergersi in esse e preservando la loro singolarità, è assicurata dall’equilibrio costante di simpatia e di antipatia. Esso spiega come le cose crescano, si sviluppino, si mescolino, spariscano, muoiano ma incessantemente si ritrovino; spiega cioè l’esistere di uno spazio e di un tempo”. 

Una veduta di Spazio Neutro con in primo piano un’opera di Caterina Morigi della mostra “Archeologia della materia”

In questa dimensione spazio-temporale una bacheca ci separa e i “valori tattili” che potrebbero farci capire qual è vera pietra e qual è porcellana vengono meno. Se avessimo la possibilità di toccarli, tutto questo non avrebbe senso, la magia svanirebbe, l’incanto dell’arte sarebbe vano. Ed è proprio in questo filtro, in questa distanza di sicurezza, in questo spazio e tempo che, come in un film, possiamo immergerci a pieno nel mondo della finzione. 

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