Arte contemporanea, Mostre

Gli Sfregi di Nicola Samorì

“L’intelligenza e la cultura sembrano non attaccarsi ai pennelli”. Nicola Samorì

Finalmente l’incubo del lockdown è finito, o quanto meno per il momento. Così ne ho approfittato per recarmi a Palazzo Fava a Bologna a vedere la mostra “Sfregi” di Nicola Samorì – già conosciuto in autunno al Mart di Rovereto. Sul treno, rigorosamente il regionale dell’ultima ora, mi sono imbattuto su alcune frasi di un libro del grande David Freedberg, Il potere delle immagini (1989), pagina 614:

D’altro canto, per noi l’arte è ciò che eleva la mente e che percepiamo soprattutto per mezzo del nostro intelletto. E’ qui che risiedono, o che si suppone risiedano, i piaceri dell’arte. (…) L’immagine che turba o agita certamente non è arte. L’immagine che ci eccita potentemente, che ci turba profondamente, non trova spazio nei musei. (…) E sono le più efficaci precisamente per come impegnano i nostri sensi apparentemente inferiori. Il che non significa affatto negare la possibilità di una reazione di pianto di fronte al quadro nel museo; significa semplicemente notare che le lacrime nei musei sono provocate da fattori puramente artistici-estetici”.

Finito il periodo, alzo lo sguardo, ero arrivato a Bologna.

Durante il tragitto stazione–Palazzo Fava continuavo a interrogarmi su alcune parole di Freedberg, “E sono le più efficaci precisamente per come impegnano i nostri sensi apparentemente inferiori” (anche perché devo essere onesto, le uniche che ricordavo) fino a che non arrivo finalmente all’ingresso del palazzo, assorto in quei pensieri.

Eccomi, salgo la meravigliosa scalinata del palazzo ed entro nella mostra.

Entrata della mostra “Sfregi”, Palazzo Fava – Bologna

Subito mi colpisce il contesto, un elemento spesso dimenticato nella contemporaneità a causa del fatto che le immagini, fattesi icone, circolano sovente senza peso in rete. I fregi dei Carracci e allievi di Tardo Manierismo – mio periodo artistico antico preferito – circolano ininterrottamente per un centinaio di metri lungo le pareti del palazzo insieme agli “sfregi” di Samorì che presenziano sia come pitture che come sculture: si presuppone uno scontro all’ultimo sangue.

Poche persone, nessun pedante nei paraggi, silenzio tombale: inizio il percorso già pensando a quanto mi sia mancata questa sensazione di benessere psico-fisico.

Mi imbatto in opere antiche ma deturpate, lacerate e “sfregiate”, con pezzi di pittura che escono dalla pellicola bidimensionale del quadro come se fossero due le forze diametralmente opposte a comandare il lavoro di Samorì: la prima, logica e cognitiva, in cui l’artista saccheggia e copia dalla storia dell’arte (su tutti Josè de Ribera); la seconda, irrazionale e impulsiva, dove con un gesto violento e corporeo, strappa, lacera e ferisce la storia dell’arte per fare della pittura contemporanea.

In questo fragilissimo equilibrio gravita il dramma ansiogeno delle pitture-sculture di Samorì composte da una fase logica, di emulazione della pittura antica e una fase illogica, di distruzione di questa. Il risultato finale non può essere previsto, emerge solo se quel punto di rottura esplode in una colluttazione catastrofica. Si intuisce già come fine ultimo di Samorì non sia affatto attinente a una questione estetizzante e nemmeno a uno studio iconografico-iconologico dell’immagine. L’artista-demiurgo cerca di costruire e distruggere il simulacro dell’arte, partendo da un sentire biologico del corpo, senza fini intellettualistici e concettuali.

Fracta compositio (2010)

Nella sua lotta con l’arte lo spettatore non può contemplare in maniera distaccata, ma viene travolto empaticamente in quel crogiolo di sensazioni “in una oscillazione continua fra il sadico e il masochistico” (N. Samorì). Il risultato finale è una traccia dello scontro, una ferita dopo il corpo a corpo con la nostra memoria che perdura nel presente.

Davanti a “Malafonte” (2018)

Termino la visita alla mostra non indenne ed estremamente turbato, consapevole del fatto che il mio occhio non ha assistito a una parata di quadri innocui e “belli” appesi a delle pareti, ma è stato vittima di una sensazione forte e drastica che ha pervaso ogni mio follicolo del corpo. Esco, mi siedo in un angolo sotto il porticato, mi accendo una sigaretta, riprendo Freedberg in mano e rileggo qual passo affrontato sul treno.

Ora mi è tutto più chiaro.

L’arte è senza vita, senza sangue, senza alcuna ferita nel momento in cui noi la vediamo esclusivamente da un punto di vista estetizzante e la contempliamo solo da una prospettiva intellettuale come generalmente accade nei musei. Arte è “una necessita biologica dell’espressione umana” (W. Worringer), e se noi la osserviamo e ne fruiamo in maniera logica e cognitiva ci perdiamo un pezzo e forse anche quello più importante. Samorì eccede nel controllo delle reazioni contro il dominio della mente sul corpo, la supremazia dell’intelletto sull’inconscio e sulle pulsioni corporee mettendo così in discussione i due paradigmi che aleggiano senza sosta nell’arte contemporanea: il rifiuto del lato empatico a favore di quello intellettuale per una salvaguardia dell’arte “concettuale” e l’attenzione reverenziale per il significato ultimo dell’opera, a mio parere, necrologio di ogni opera d’arte.

I fregi dei Carracci con gli Sfregi di Samorì e al centro la Maddalena Penitente di Canova

L’arte di Samorì non vuole essere elitaria e per quei pochi intenditori che riescono a riconoscere perfettamente il modello copiato dall’artista e sproloquiare erudizioni sul tema, ma vuole essere un’arte di sensazione e percezione più che di approvazione intellettuale distaccata. E’ un’arte che rifiuta ogni sorta di controllo mentale sullo spettatore e non vuole essere transitus verso una dimensione trascendente, ma ci attira a sé per la sua forte presenza carnale e immanente.

Non si può quindi fissare le opere di Samorì in maniera contemplativa e di assorta devozione senza passare dalle nostre sensazioni e dal nostro corpo. Sarebbe come se fissassimo il monitor di un computer, ammirandone il design, le forme, senza però mai accenderlo.

Lucia (2019)

L’arte di Samorì va accesa e come ogni forma d’arte rilevante contiene effetti collaterali. Senza effetti collaterali non esiste arte. Ecco allora che gli “Sfregi” non sono un atto vandalico, ma anzi sono un grido straziante e lacerante di un corpo vivo che vuole porsi come in passato con quella forza dirompente, disturbante e brutale tipica dell’arte.

Fare arte vuole dire sporcarsi le mani di sangue, osservarla vuol dire essere complici di un delitto appena compiuto.

Idolo allergico (2018)

 

 

 

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