Arte contemporanea, Mostre

“2×1. Pop e anti-pop in Eder Olguin”. 

2×1. In termini commerciali è una forma di offerta che sta a indicare due oggetti sul mercato al prezzo di uno solo. In termini matematici la moltiplicazione di un numero per 1 dà sempre come risultato il numero di partenza. E nell’arte?

L’arte, il fare dell’espressione umana, la creazione della comunicazione attraverso l’immagine si costituisce a partire da un dialogo (dià, “attraverso” e logos, “discorso”) fra opera e spettatore. Se in questa relazione fra due soggetti il risultato è uguale al numero di partenza, si intuisce che non c’è stata alcuna comunicazione. In termini Hegeliani, se con tesi e antitesi non si arriva a una sintesi dialettica siamo di fronte a un’assenza di argomentazione.

Questa incomunicabilità è all’origine della mostra “2×1” di Eder Olguìn presso Spazio Display a Parma.

Una veduta della mostra “2×1” presso Spazio Display (PR)

In quest’assenza di comunicazione non c’è botta e risposta, tesi e antitesi, non esiste più dialettica fra il parlare e l’ascoltare. Questo risultato è riscontrabile oggi nella nostra società governata da elementi di solitudine di massa quali sono i Social Network, in cui il modo di comunicare più diffuso, accelerato anche dalla recente pandemia, è il monologo. In un narcisismo egoico riempiamo i nostri profili Social costruendoci una identità digitale, una vetrina, una realtà apparente edulcorata e patinata, ma estremamente solitaria e bisognosa di confronto e contatto. L’unica relazione che abbiamo verso gli altri è figlia del paradosso della riservatezza (privacy) in cui è consentito stalkerare profili social ed entrare nelle vite private di ognuno di noi, a mo’ del Grande Fratello.

“Pause Clope” (2020)

E cosa può l’arte ? L’arte, quella forma espressiva spesso relegata erroneamente alla sola creazione di bellezza in realtà è ben più di questo. Arte è in primis comunicazione. E la comunicazione presuppone un dialogo non un monologo. E’ necessario che vi siano almeno due interpreti che interagiscono fra loro.

Solitamente dinanzi all’arte, tutti gli occhi sono puntati esclusivamente sull’opera. Buona parte della critica tradizionale rimane tutt’oggi ancorata a questioni iconografiche o formali, alla questione tecnica o dell’annosa spiegazione dell’originalità del medium tralasciando completamente il dialogo che si instaura fra l’opera e lo spettatore. Marcel Duchamp sosteneva che “C’est le regardeur qui fait l’oeuvre” per sottolineare che non ci può essere arte senza spettatore.

“Rosèe” (2020)

La pratica artistica di Eder Olguìn è improntata alla ricerca di uno scambio con il visitatore. Uno scambio che si trova a metà fra realtà e immaginario, fra aderenza e reazione alla realtà, fra quello che si è e quello che si vorrebbe essere, fra pop e anti-pop.

Da una parte, le immagini sono figlie di un immaginario pop, per le linee, i contorni, i colori accesi e il soggetto immediatamente riconoscibile. Dall’altra scorre una vena repulsiva, disturbante, che vuole dare fastidio all’immagine piacevole e innocua. Arte è ribellione, è andare contro i significati assodati, è una continua ricerca della libertà espressiva. Libertà che trova necessità interiore non solo su parete ma anche nello spazio.

Dettaglio di “Untitled: Ambroise Rosé” (2021)

Ecco che in apertura, appena si entra nello Spazio Display, si viene accolti e allo stesso tempo attratti dall’opera “Untitled: Ambroise Rosé” (2021). Installazione che comprende una traccia audio di suoni d’ambiente catturati a Parigi, costituita di un tavolino tipico dei boulevard, reso accattivante con un fucsia da echi Warholiani, e sopra delle lattine dorate, accartocciate che si collocano in quel rapporto ambiguo fra le Ale Cans (1964) di Jasper Johns e le coeve Accumulatìons di Cèsar o Tableau Piège di Daniel Spoerri.

Lo scontro fra pop e anti-pop produce una realtà pittorica nuova, autonoma che si fonda su proprie ragioni distinguibili in quel rapporto indissolubile e non separabile fra corpo e cervello (Brain-body sistem). Primariamente il visitatore osserva l’opera a partire dai sensi, dal corpo, a un livello inconscio ed emotivo e in Olguìn non può far altro che rimanere fortemente attratto da quelli che Dennis Dutton definiva gli elementi di fascinazione impulsiva all’arte, cioè: “puro fascino dei colori, difficoltà tecnica e interessi erotici”.

L’inquadratura cinematografica in primo piano di “Pause Clope” (2020) non può far altro che tendere verso una sensualità contorta e piena di movimento. Il fascino dei colori che emerge dalla combinazione di pochi toni e la resa illusoria e magistrale degli effetti della trasparenza dell’acqua e del vetro come nelle tre Nature morte “Diabolo”, “P’tit Shot”, “Rosée” (2020) non possono che attirare per la maestria tecnica, così come nel cappotto e la sigaretta che staccano dallo sfondo rosa in “Pull Jaume” (2020).

“Diabolo” (2020)

In un secondo momento quegli elementi pop, impulsivi che attirano il nostro sguardo vengono rielaborati e in parte ricontestualizzati da scelte artistiche e intellettuali. Olguìn a questo punto vuole infatti reagire all’immagine ammiccante, immediata e superficiale che si esaurisce in poco tempo. La pittura stessa è la prima a volersi scontrare con il perbenismo pop tramite parti di tela non coperte dal colore (es. “Pause Clope”), contorni indefiniti, sbavature, volti non inquadrati o volutamente resi ambigui (es. “Pull Jaune”).

“Pull Jaune” (2020)

 

Nei due ritratti viene tralasciata ogni forma di espressione, non ci sono occhi, non c’è sguardo – elemento tradizionale utilizzato generalmente per empatizzare col dipinto e capirne le sensazioni. Stessa sorte capita alle 3 Nature morte, in cui la composizione non vuole risultare solamente bella ma spontanea, genuina ed autentica. Per questo piccoli particolari risultano asimmetrici, fuori dalla comfort zone della bella pittura, “pentimenti” che non sono da nascondere (“P’tit shot”), sfondi non perfettamente definiti che fanno emergere la tela per quello che è effettivamente, cioè un supporto grezzo.

“P’tit shot” (2020)

In estrema sintesi si può dire che Olguìn getta via la maschera della arte necessariamente bella e piacevole per un’arte che non sia alla stregua di una vetrina Instagram, ma che riesca a condurci verso la profondità della condizione umana, nei suoi rapporti sociali, umani e psicologici. Un 2×1 che non vuole essere un’offerta acchiappa-cliente, ma uno strumento per percepire la realtà insieme al visitatore.

 

2×1 di Eder Olguìn

A cura di Ilaria Monti

Spazio Display (PR)

25.06 – 23.07

 

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